17 marzo è l’anniversario dell’Unità d’Italia, ma come ci siamo arrivati? VIDEO

Il Congresso di Vienna: l’‘equilibrio di potere’ disegna la nuova carta politica d’Europa
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Con la sconfitta definitiva di Napoleone a Waterloo nel 1815, ai giochi diplomatici di Vienna, Gran Bretagna, Austria, Germania, Prussia e Francia decidono di seguire una linea comune basata sul principio della Restaurazione. L’obiettivo è ‘semplice’: riportare l’Europa indietro di venticinque anni, come se la Rivoluzione francese non fosse mai avvenuta. 

Affinché ciò sia possibile bisogna però che, nel Continente, il potere sia in equilibrio. In altre parole, parità militare e territoriale diventano prerequisito della pace e della stabilità, nonché presupposto della legittimità monarchica. Conseguenza più evidente e diretta dell’equilibrio di potere è la soppressione di molti Stati. Ne è un esempio la scomparsa dell’antica Repubblica di Venezia, i cui territori furono assegnati all’Impero d’Austria col trattato di Campoformio (1797).

Scambiando territori come fossero figurine, le grandi potenze di fatto ignoravano la volontà delle popolazioni che risiedevano nei territori interessati. Un grave errore che avrebbe portato, presto, alla “Primavera dei popoli”, una stagione di rivolta che interessò molte regioni del Continente. 

La geografia politica della penisola italiana

Il Congresso di Vienna cambia radicalmente la geografia politica Italiana, sancendo il dominio della casa d’Asburgo, in forma diretta o indiretta. 

I territori della Repubblica di Venezia sono uniti all’ex Ducato di Milano dando vita al Regno Lombardo-Veneto, mentre la Repubblica di Genova viene annessa al Regno di Sardegna, governato dal casato dei Savoia (uno dei pochi Stati effettivamente indipendente). 

Nell’Italia centro settentrionale, dove vengono ricostituiti il Ducato di Modena, quello di Parma e Piacenza, quello di Lucca ed il Granducato di Toscana, le dinastie al trono pure sono legate agli Asburgo. 

Al centro troviamo il neo-restaurato Stato Pontificio, governato da Pio VII, mentre al Sud, dalla fusione del Regno di Napoli con quello di Sicilia, viene creato il Regno delle Due Sicilie, affidato a Ferdinando di Borbone che diventa Ferdinando I. Il meridione è, di fatto, un protettorato austriaco per quanto riguarda la terra e britannico per quanto riguarda i porti. 

Romanticismo e patriottismo

La borghesia liberale che aveva avuto modo di affermarsi negli anni rivoluzionari aveva avuto modo di abituarsi alle moderne strutture statali dei regni napoleonici. Motivo per cui non può accettare di buon grado la linea politica imposta dal Congresso di Vienna. Al contrario, i patrioti italiani mettono da subito in discussione l’equilibrio sancito dalle grandi potenze, aspirando invece alla partecipazione diretta alla vita dello Stato. Un’aspirazione che diventa ben presto una doppia lotta: per la Costituzione e per l’indipendenza nazionale

La lotta per la Costituzione

Durante la prima metà dell’Ottocento il Continente Europeo fu scosso da moti rivoluzionari di carattere costituzionale. La lotta per la Costituzione non animò, infatti, solo la penisola italiana, ma anche Spagna, Portogallo, Francia, Germania, Grecia, Polonia e Ungheria. Quello che accomuna i moti di inizio Ottocento non è solo il desiderio di una generica legge fondamentale, ma anche la volontà diffusa di partecipare alla gestione dello Stato.

In Italia è il Regno di Sardegna il primo ad adottare una Costituzione, Nel 1948, per concessione del sovrano, viene istituito il famoso Statuto Albertino

Sarà proprio grazie all’impegno, politico e militare, del Regno di Sardegna che cambieranno le sorti della penisola negli anni a venire nel conseguimento del secondo grande obiettivo del mondo patriottico italiano: l’unificazione della penisola e la creazione di uno Stato-Nazione. 

Il Risorgimento italiano: correnti ed esponenti

Il movimento patriottico italiano può essere diviso in correnti a seconda delle idee diverse che interessavano il progetto di uno Stato unitario. 

I democratici

La corrente democratica era favorevole all’ampliamento della base elettorale. Bisogna sottolineare che nessuna delle Costituzioni ottocentesche era a suffragio universale, anzi le donne erano escluse e per la partecipazione della cittadinanza al voto esistevano forti limitazioni di censo. 

Quasi tutti i democratici erano anche favorevoli ad una forma di stato repubblicana. È il caso di Giuseppe Mazzini, Carlo Cattaneo, Giuseppe Ferrari, Giuseppe Garibaldi e Carlo Pisacane. 

Per i democratici repubblicani la collaborazione con gli stati preunitari non era un’opzione: l’unico modo per arrivare all’unità era attraverso moti rivoluzionari. 

I moderati 

Di opinione diversa era invece la corrente moderata, per cui l’unità doveva essere raggiunta attraverso un graduale percorso di riforma. La forma di Stato per cui, in questo caso, si parteggia, è la monarchia costituzionale. Di questa corrente gli esponenti principali sono Vincenzo Gioberti, Cesare Balbo, Massimo D’Azeglio e Camillo Benso conte di Cavour.

L’Anti-Risorgimento

La celebre frase “Fatta l’Italia bisogna fare gli italiani” pronunciata da Massimo D’Azeglio a seguito della raggiunta Unità sottolinea che non bisogna cadere nel tranello di pensare che esistesse, nel processo risorgimentale culminato con la creazione di uno Stato nazione, un “popolo italiano” unito. Non tutti erano infatti a favore dell’unificazione. Specialmente la popolazione rurale contadina, molto conservatrice e interessata a mantenere gli equilibri delle monarchie tradizionali. Una grossa parte della popolazione della penisola si è quindi battuto contro l’unificazione. Un dato che per alcuni storiografi dovrebbe spingere a parlare di lotta civile quando si parla di lotta all’Unità di Italia. In risposta alle formazioni rivoluzionare repubblicane si formeranno infatti molte società segrete reazionarie. 

Sfavorevole ad un’Italia costituzionale e liberale era anche la Chiesa che, con le sue posizioni, allontanò larghissime fette di popolazione, fortemente legata alla fede cattolica, dalla causa unitaria. 

Le Tappe dell’Unità di Italia

Le tappe che portarono all’Unità sono molteplici e non sempre lineari. Si può concordare che a dare propulsione agli eventi fu la cosiddetta “Primavera dei Popoli” che nel 1848 scosse il Continente. In Italia la lotta all’indipendenza era in primo luogo lotta alla dominazione austriaca. Fu proprio a seguito della notizia di insurrezioni scoppiate a Vienna, che i moti insurrezionali scoppiarono inizialmente a Milano e a Venezia. A Palermo la rivolta costrinse Ferdinando I a concedere la Costituzione. Lo stesso accadde in molte altre città italiane. 

La prima Guerra di Indipendenza

Su questa spinta patriottica, e forse guidato dal desiderio di espandersi, Carlo Alberto, Re di Sardegna, dichiarò guerra all’Austria in quella che è nota come Prima Guerra di Indipendenza. Dopo alcune importanti vittorie, come quella di Pastrengo e Goito, e l’ingresso trionfante in Lombardia, gli austriaci sconfissero i piemontesi a Custoza, costringendo Carlo Alberto a richiedere l’armistizio. 

Quando Carlo Alberto proverà a dichiarare nullo l’armistizio, nel 1849, gli austriaci attraversarono il Ticino, sconfiggendo definitivamente l’esercito piemontese a Novara, dove Carlo Alberto abdicò in favore del figlio Vittorio Emanuele II. 

Brevi esperienze repubblicane

Nonostante il fallimento sabaudo, non si arrestò il desiderio di rivolta e rivoluzione. Nel 1949 scoppiarono rivolte in altre città. A Firenze e Roma i sovrani furono costretti alla fuga e fu proclamata la Repubblica. Esperienza, tuttavia, destinate ad avere vita breve.

Lo sforzo diplomatico di Cavour

La sconfitta del regno piemontese richiedeva importanti mosse diplomatiche sul fronte europeo. Per il primo ministro del Regno di Sardegna, il Conte Camillo Benso di Cavour, per sconfiggere gli austriaci l’esercito sabaudo aveva bisogno di un potente alleato in Europa. 

Per questo motivo, e a seguito di una grande riorganizzazione militare, Cavour decise si sostenere Inghilterra e Francia in Crimea, nella guerra contro la Russia.

È così che il Regno di Sardegna convinse Napoleone III ad intervenire in caso di un’aggressione austriaca (accordi di Plombières, 1858). 

Seconda guerra di Indipendenza

Fortificazioni e spedizioni al confine con l’Austria spinsero gli Asburgo a chiedere l’ultimatum al governo sabaudo, minacciando di intervenire con la forza contro l’esercito piemontese. Cavour, in attesa di una simile occasione, respinse l’ultimatum. La Francia scese quindi in guerra al fianco del Regno di Sardegna dando inizio alla Seconda Guerra di Indipendenza, vinta nettamente dalle truppe franco-piemontesi a Magenta e a Solferino.

Nel frattempo scoppiavano in Italia altri moti rivoluzionari i quali si conclusero con l’annessione di Toscana e Romagna al Regno di Sardegna.

Fu a questo punto però, che Vittorio Emanuele II firmò a Villafranca un armistizio con gli austriaci senza il consenso piemontese. Gli Asburgo avrebbero rinunciato alla Lombardia mantenendo però il controllo su Veneto, Mantova e Peschiera.

La Spedizione dei Mille

A seguito delle vittorie franco-piemontesi, e con la morte del re Ferdinando II, anche nel Regno delle Due Sicilie cominciava a soffiare vento di rivolta, soprattutto in Sicilia. La notizia delle agitazioni siciliane raggiunse Giuseppe Garibaldi a Genova. Fu proprio da qui che parti la Spedizione dei Mille (1860) che avrebbe reso indipendente la Sicilia in nome della Corona Sabauda. L’avanzata dei Mille si spinse fino al Volturno. Sarà a Teano che il generale, anche noto come ‘eroe dei due mondi’, consegnerà a Vittorio Emanuele II il governo delle province liberate. Si trattava, nei fatti, dell’Italia Meridionale intera. 

La proclamazione del Regno

Il 17 marzo 1861 fu proclamato il nuovo Regno d’Italia (formato dal Regno di Sardegna, la Lombardia, la Toscana, l’Emilia, le Marche, l’Umbria e tutta l’Italia meridionale). 

L’unità nazionale non è ancora, però, del tutto concreta: mancano ancora tasselli fondamentali come il Veneto (annesso nel 1866). La capitale è dapprima Torino (1861-1865), poi Firenze (1865-1871). Roma verrà liberata solo dopo la caduta di Napoleone III, nel settembre del 1870 e sarà capitale d’Italia a partire dal 1871.

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Autore: Alberta Testa
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