Shoah, la storia della deportazione dei militari italiani

L'intervento di Battistelli al convegno 'A forza di essere vento'

PESARO – La deportazione dei militari italiani è un tema difficile da affrontare, per questioni di natura psicologica e ideologica. È partito da questo presupposto il resoconto storico di Fabrizio Battistelli, professore dell’Università ‘La Sapienza’ di Roma, questa mattina nella seconda giornata dei lavori del convegno ‘A forza di essere vento – nuovi orizzonti della storiografia sulla deportazione dall’Italia’, organizzato dal liceo ‘Marconi’ di Pesaro all’interno del progetto ‘Educazione al rispetto’ del MI, in collaborazione con l’agenzia Dire, il Comune di Pesaro e molte associazioni legate alla memoria della Resistenza e dello sterminio nazifascista (ANED, UNAR, ANPI, Fondazione Museo della Shoah).

‘Storia, memoria e rimozione – gli internati italiani in Germania’ è il titolo della conferenza tenuta da Battistelli, che si è concentrato sul destino dei circa 700mila soldati italiani deportati in Germania in seguito all’armistizio dell’8 settembre e la conseguente occupazione tedesca.

“Centinaia di migliaia di militari italiani furono fatti prigionieri dai tedeschi in Italia e nei Balcani- ha spiegato Battistelli- Quelli di loro che non vennero sterminati nel corso della reazione tedesca furono ammassati sui carri bestiame e portati prigionieri in Germania”.

Il trattamento che subirono questi soldati fu particolarmente brutale, perché considerati dei vili traditori dal regime nazista.

“Già alla fine del settembre 1943 Hitler, accusandoli di rappresentare una nazione ‘traditrice’, declassò gli italiani da prigionieri di guerra a ‘IMI’, cioè Internati Militari Italiani- ha continuato il professore- Ciò permise di negare loro l’assistenza della Croce Rossa e le protezioni delle convenzioni internazionali. Nel settembre del 1944, questa volta per eludere le norme che vietavano di usare i prigionieri di guerra come forza-lavoro, gli IMI furono ulteriormente declassati in lavoratori civili, costretti al lavoro forzato nelle fabbriche e nelle miniere tedesche”.

Perciò le condizioni di vita degli internati italiani nei campi furono durissime. Vivevano in baracche gelide e sporche, in condizioni igieniche disastrose, e subivano continuamente ritorsioni e angherie da parte dei militari tedeschi. Nonostante questo, diedero prova di una valorosa resistenza e maturarono una ferrea opposizione al regime fascista. Agli internati italiani che avessero accettato di arruolarsi nelle truppe della RSI, infatti, venivano promesse la libertà, il rimpatrio in Italia e la paga militare. Su 700mila militari internati nei lager, ben 600mila si rifiutarono.

2021-04-09T14:45:59+02:00