Giovani e ‘smart drugs’, l’intervista a Antonio Boschini  

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Antonio Boschini, responsabile terapeutico della comunità di San Patrignano ci ha raccontato cosa sono le cosiddette ‘smart drugs’ . Ecco l’intervista.

Che cosa si intende per ‘smart drugs’ e sono veramente nuove droghe?
Sono essenzialmente delle droghe sintetiche, quindi non derivate da piante come invece cocaina ed eroina e la cannabis stessa; sono sostanze che vengono prodotte chimicamente in laboratorio, quindi di ingegneria molecolare, che spesso possono essere derivate da farmaci. La loro caratteristica comune è quindi proprio quella di essere di origine chimica e create in laboratorio per rispondere a determinate esigenze del mercato. Di conseguenza in realtà includono tante sostanze con caratteristiche molto diverse.

Come agiscono sull’organismo?
La maggior parte di queste sostanze ha un effetto stimolante, quindi ha un’azione che generalmente imita in qualche modo quella della cocaina, anche se sono sintetiche. Alcune invece, poiché derivano da farmaci possono avere un’azione narcotizzante. Altre ancora hanno un’azione più spiccatamente allucinogena; e poi c’è la cannabis sintetica, che ha un effetto simile a quello della cannabis naturale ma con una potenza molto maggiore. Quindi le smart drugs hanno svariati meccanismi d’azione ma quello che le accomuna a qualsiasi altra droga è il fatto che tutte le droghe imitano qualcosa che il nostro cervello esiste già. Il nostro cervello ha infatti un funzionamento estremamente sofisticato: i neuroni comunicano tra loro tramite molecole, quindi recettori, e tutte le droghe esistenti agiscono sfruttando queste vie; solo che mentre il nostro cervello le utilizza in quantità infinitesimali e questo ci permette di avere un equilibrio, quindi di provare piacere, dolore, delusione; ma sempre e comunque emozioni legate a un qualche cambiamento che avviene a livello molecolare nel nostro cervello. Il ruolo di questi recettori è quindi di farci funzionare da qualsiasi punto di vista, anche e soprattutto da quello emotivo. La droga è come una bomba che va a far esplodere, amplificando di moltissimo una di queste nostre equilibrate caratteristiche  molecolari. E tutte le droghe, vecchie e nuove, agiscono a quel livello. In questo non c’è alcuna differenza.
Quindi anziché distinguere tra droghe leggere e droghe pesanti potremmo invece dividere le droghe in tre gruppi in base a tre diverse caratteristiche. La caratteristica del primo gruppo è quanto è dannosa la sostanza. E cioè quanto una sostanza ti può danneggiare e, siccome le droghe agiscono sul cervello, in genere il danno è cerebrale. La caratteristica del secondo gruppo è quanto una sostanza ti sballa e ti fa uscire dalla realtà. Un’altra caratteristica riguarda invece quanto una sostanza ti procura dipendenza. Sono tre livelli d’azione delle droghe e ogni sostanza ha delle caratteristiche specifiche in ognuna di queste tre categorie. Per esempio l’LSD praticamente non da dipendenza. Non ho mai conosciuto una persona che ha dipendenza da LSD. Invece ad esempio ho incontrato persone che anche dopo una singola assunzione di LSD hanno riportato dei problemi di natura psichica che prima non avevano. In merito alla cannabis ad esempio, la letteratura ci dice e i nostri dati lo confermano, che provoca dipendenza all’incirca nel 10% di quelli che la assumono (questa percentuale sale al 18% nelle persone che iniziano ad utilizzarla molto precocemente perché a seconda di quanto è più o meno maturo, il nostro cervello è più vulnerabile rispetto alla dipendenza). Poi per esempio c’è l’alcool: anch’esso può produrre dipendenza e, da questo punto di vista chi dice che non c’è la differenza di pericolosità tra alcol e la cannabis, gli posso anche dare ragione perché anche l’alcool può dare dipendenza. Però conosco dei ragazzi che hanno fumato  cannabis evidentemente particolarmente potente, oppure loro erano particolarmente vulnerabili, che dopo poche assunzioni hanno sviluppato un disturbo mentale: attacchi di panico, psicosi… Effetti che dopo un’ubriacatura generalmente non si verificano. Quindi diciamo che, se sul livello della dipendenza la cannabis la possiamo collocare non troppo lontano dall’alcool, dal punto di vista invece della tossicità intrinseca a livello del sistema nervoso è più pericolosa. E qui possiamo passare alla differenza tra le nuove droghe e le vecchie. Ad esempio, gli studi scientifici ci dicono che la cannabis naturale può provocare psicosi, però ad oggi sappiamo che questo rischio di psicosi non esiste per tutti ma vale soltanto per le persone che hanno delle particolari caratteristiche genetiche, quindi hanno già una loro vulnerabilità per la psicosi che la cannabis slatentizza. Invece la cannabis sintetica, sempre gli stessi ricercatori (che tra l’altro sono italiani che lavorano a Londra, quindi Schifano e i suoi collaboratori) hanno dimostrato che invece la cannabis sintetica può provocare psicosi anche in persone che non hanno una predisposizione genetica. Quindi questo caso la nuova sostanza psicoattiva, che appunto la cannabis sintetica, rispetto alla cannabis naturale sicuramente ha una neurotossicità maggiore. Ma perché? Perché vengono prodotte e appositamente modificate in qualche modo per avere maggiore principio attivo stupefacente e magari meno principio attivo che in qualche modo potrebbe ridurre l’effetto stupefacente. Questo è un esempio, un altro è quello della cocaina, che invece è una sostanza che ha un rischio di dipendenza superiore alla cannabis, perché siamo ritorno la 30-40%, però può avere una sua neurotossicità anch’essa. Il tabacco dà dipendenza ma non dà sballo; però nel lungo tempo è dannoso per i polmoni. L’eroina, ci dicono che su 100 persone che l’hanno usata, più del 90% la usa regolarmente tutti i giorni; quindi è una sostanza che dà più dipendenza e quindi la sostanza mio parere per la quale è più improbabile un uso sporadico: chi usa l’eroina la usa in genere tutti i giorni. Più della cocaina: infatti chi usa la cocaina in buona parte lo fa nel fine settimana, però nella nostra casistica abbiamo un 50% che la usa tutti i giorni. Quindi è un panorama estremamente variegato da questo punto di vista; l’altra cosa che è diventata particolarmente significativa è che, mentre nei primi 20 anni a San Patrignano chi arrivava aveva un problema solo di eroina, adesso diciamo su 100 persone che vengono, il 70% ha due o tre dipendenze; quindi usa, che so, la cocaina poi però quando deve terminare l’effetto della cocaina usa l’eroina oppure usa l’alcool. Cioè adesso c’è un intreccio tra sostanze che fino a dieci anni fa non c’era.

E ognuno gestisce autonomamente questa sorta di terapia di droghe e alcool?
Sì esatto. Oggi ai ragazzi che arrivano, se chiediamo da quale sostanza sono dipendenti ce ne dicono almeno tre. 

Ci sono quindi delle differenze nell’affrontare la dipendenza in queste nuove sostanze o modalità di assunzione di droghe rispetto alle precedenti? Cioè nel trattare la dipendenza da più sostanze?
Nel nostro caso è caso, a San Patrignano, direi principalmente di no perché il nostro approccio non si basa sul tipo di dipendenza, essendo questo un percorso non farmacologico ma sempre un percorso di tipo educativo, sostanzialmente si basa più sull’età della persona che entra che sul tipo di droga che usava. Perché noi non interveniamo sulla droga ma cerchiamo di intervenire sulla persona, sulla struttura della persona e quindi sui suoi valori i principi e tutto quanto il lavoro che una persona svolge qua dentro è assolutamente indipendente dal tipo di droghe che usava. Però questa domanda che mi hai fatto mi fa venire in mente un’altra recente acquisizione scientifica, quindi considerata valida in questo campo ma che può essere utile anche per chi non ha esperienza e conoscenze nell’ambito delle droghe. E cioè che non è soltanto che droghe agiscono imitando qualcosa che nel nostro cervello esiste già ma tutte le dipendenze, che siano da cannabis che siano da cocaina che siano da eroina, hanno un elemento in comune: cioè, indipendentemente dal tipo di azione che svolge la sostanza (narcotico nel caso l’eroina, stimolante nel caso della cocaina, eccetera eccetera), tutte interferiscono con un’area del cervello riconducibile ai centri della gratificazione. Questi sono dei centri che sono per noi fondamentali. Diciamo che esistono a favore del nostro del nostro sviluppo e dello sviluppo del nostro vivere. Quindi tutto quello che è utile all’uomo dal punto di vista della sopravvivenza e della riproduzione ci piace e ci gratifica, lo avvertiamo come una ricompensa: quando mangi non solo ti riempi la pancia ma provi anche gusto, la riproduzione è collegata a un atto che dà una gratificazione fisica, per la mamma allevare il figlio dà un senso anche di piacere. In pratica, per tutte le attività che hanno una funzione positiva nella nostra vita il nostro cervello va a sollecitare i centri della gratificazione, dando una ricompensa quando noi compiamo quell’azione e questo è una cosa di cui noi siamo dotati come esseri umani.
Per quanto riguarda le droghe però, succede che il nostro cervello quando le utilizziamo dà un’importanza diversa alle cose che facciamo a seconda di quella classifica che abbiamo visto in precedenza: una droga in particolare se usata quando cervello non è ancora maturo e non ha ancora sviluppato bene questi rami che ci indirizzano verso attività gratificanti può andare completamente ad assorbire questo tipo di memoria e quindi a dirottare queste vie della gratificazione a favore delle droghe. Questo meccanismo di dirottamento è uguale, a prescindere dal tipo di sostanza, quindi in qualche modo la dipendenza o da eroina o da cocaina o da cannabis è sempre e comunque legata a un inganno che la droga esercita in queste aree cerebrali. Il nostro percorso terapeutico, è finalizzato ad insegnare a una persona a provare gratificazione o a recuperare la capacità di gratificazione per attività di un certo spessore, quindi attività sociali, attività come imparare un mestiere, i rapporti affettivi con le persone, i rapporti sentimentali, il poter aiutare gli ammalati… Cioè tutta una serie di attività che sembrano fatte apposta, anche nella sequenza in cui vengono offerte alla persona per rieducare il proprio cervello a recuperare l’originaria via corretta di gratificazione.
Quindi se è vero che tutte le droghe alterano in modo analogo questi meccanismi della gratificazione, dall’altro lato chi ha creato questi percorsi terapeutici, anche senza conoscere per nulla la neurobiologia, ha capito che la persona che doveva guarire dalla dipendenza non andava curata con delle altre sostanza, ovvero medicine, ma andava riabilitato dal punto di vista educativo, per imparare per recuperare una serie di cose.
Quindi da questo punto di vista c’è un collegamento fra la neurobiologia e le comunità come San Patrignano, che offrono questo tipo di percorsi. E da questo punto di vista si spiega secondo me come mai il percorso non debba essere diverso.
Certo, se io ho a che fare con un cocainomane so che lui tende a scivolare su certi problemi, se ho a  che fare con un eroinomane i rischi sono altri; cioè hanno delle caratteristiche diverse, noi le conosciamo, quella persona può andare incontro più spesso problemi di depressione o di maniacalità, o disturbi di un certo tipo. Insomma ha un altro tipo di problemi… queste cose si sanno, le sappiamo, ma il percorso sostanzialmente rimane lo stesso.
Vale la pena sottolineare che talvolta per noi è complesso identificare quali ragazzi hanno usato smart drugs, perché spesso loro stessi non sanno bene che cosa usano. Quando un ragazzo arriva e fa il primo incontro con noi, la visita medica viene scorporata in due momenti, il primo si chiama anamnesi tossicologica, in cui il medico chiede ai ragazzi tutti i dettagli: a che età ha iniziato con le diverse sostanze, quali ha usato e per quanto tempo, se le usava in maniera occasionale o continuativa. Ormai abbiamo una banca dati veramente copiosa, siamo sulle 20000 persone e tutte queste informazioni ci servono anche perché facciamo ricerca.
Per quanto riguarda le smart drugs però non abbiamo un quadro globale della situazione perché chi arriva qui ha una dipendenza e questa di solito è da cocaina, da eroina o da cannabis. Chi fa uso di smart drugs, magari in discoteca, o è in una fase ancora preliminare o intermedia e poi magari cominciare a usare altre sostanze oppure difficilmente lo incontreremo noi. Raramente le droghe sintetiche sono il motivo per cui chiedono di entrare in comunità. Però spesso è il problema per cui le persone hanno sviluppato una sintomatologia psichiatrica.
Da quando circolano queste sostanze noi vediamo un’incidenza sempre più elevata di attacchi di panico e abbiamo la percezione che questa maggiore labilità rispetto alla sintomatologia psichiatrica potrebbe essere correlata all’uso di questo tipo di droghe.

Perché queste droghe hanno così successo tra i giovani?
Perché sono percepite ‘smart’: smart vuol dire intelligente; perché evidentemente sono facilmente recuperabili anche se io non ho il quadro della situazione perché non chiediamo dove, come comprano le droghe, se su Internet oppure no… E perché vengono percepite non pericolose e questa è la percezione che anche la società attribuisce a queste sostanze; e poi sono droghe sostanze che rispondono anche ai bisogni sociali attuali, quindi sono droghe prestazionali. Quindi io credo che il fattore comune delle persone che usano droghe sia la difficoltà di relazione con gli altri, che può avere origine di vario tipo e qui dovremmo fare un discorso di carattere psicologico. Comunque sono droghe che ti facilitano: ti facilitano la prestazione, tolgono la timidezza, ti facilitano tutte le cose che tu magari non hai imparato, con le tue capacità, ad affrontare e risolvere.

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Autore: Redazione Diregiovani
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