Disoccupata perché “grassa”: chi l’ha detto che per mandare avanti il Paese serve la taglia 38?

La storia di Fabiola, una delle tantissime ragazze scartate da un datore di lavoro per la forma fisica
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ROMA – Chi l’ha detto che per mandare avanti il Paese serve una taglia 38?  A quanto pare nel 2021 esistono datori di lavoro che squadrano al colloquio una ragazza o un ragazzo per la forma fisica, come se fossero opere d’arte, oppure magari lo scontrino del supermercato quando i conti non tornano. Assurdo, sì, ma stiamo ancora a questo punto. Lo sa bene Fabiola Tricoli, 24 anni, calabrese di Crotone, che si è imbattuta in uno di questi “capi” pervasi da una strana orticaria alla vista di un potenziale dipendente con qualche chilo di troppo.

Sono una ragazza di 24 anni, con sogni e aspirazioni come tutti e proprio per questo e per la mia indipendenza cerco lavoro”, scrive Fabiola in un post su Facebook. “Vengo chiamata per fare un colloquio in un noto negozio di Crotone, dove vengo accolta da una persona che mi comunica che nel caso fossi stata scelta avrei dovuto effettuare una prova non retribuita. Il giorno seguente, dopo una telefonata, mi viene chiesto – continua – se fossi stata disponibile ad iniziare la prova a distanza di 1 ora e sarebbe dovuta durare 4 giorni. Io da giovane ragazza che a 24 anni ancora non ha la possibilità di mantenersi da sola, soddisfatta e fiduciosa accetto la prova anche se gratis. Premetto che sono una ragazza in carne e vesto una 52 e non una 38. Dopo aver fatto tutto il lavoro, il proprietario arrivato a fine giornata, guardandomi e squadrandomi dalla testa ai piedi, mi fa notare che per lui evidentemente era un problema che io non portassi una 38, arrivando a chiedermi se ero a conoscenza che ci fossero le scale e se me la sentissi visto il mio peso di farle tutti i giorni. Mi chiedo se per lavorare in un negozio di casalinghi bisogna essere modelle o bisogna avere particolari requisiti fisici se non la voglia di lavorare. Chissà cosa ne penserebbe il noto marchio Italiano! Al colloquio, ovviamente, non mi era stata specificata la retribuzione, (cit. ‘dopo i giorni di prova ti comunichiamo la cifra dello stipendio’)Che alla fine di stipendio non si trattava. Essendo una persona educata e molto imbarazzata dallo sguardo e dalle affermazioni del proprietario, ho anche finito il turno di lavoro. Sento tante persone dire.. Voi giovani non volete lavorare, non vi accontentate, non fate sacrifici… beh posso dire che tanti ragazzi come me cercano di realizzarsi e si accontentano andando a lavorare per 50 euro. Sarei curiosa di sapere se questo ‘signore’ o chi come lui avrebbe mandato suo figlio a lavorare in un negozio dove si ricevono insulti e ci si fa il culo per 300 euro”. Fabiola ha poi concluso: “Sentirsi ricchi e potenti, denigrando, offendendo, sfruttando e rubando soldi a dei giovani ragazzi che vorrebbero solo costruirsi un futuro. Questa è la vostra generazione, la generazione dei ‘signori’. Non so a cosa vi serva questa disumanità”.

Il disappunto non nasce perché i motti “grasso è bello” o “magro è bello” sono giusti e indiscutibili.  Il disgusto che si prova nel leggere certe storie – perché Fabiola non è l’unica (purtroppo) – nasce dalla mancanza di rispetto nei confronti di una persona con qualche chilo di troppo. E nasce dal fatto che una persona in sovrappeso debba giustificarsi per essere così. Nella nostra società, purtroppo, ci sono ancora dei pregiudizi difficili da cancellare. Una persona con qualche chilo di troppo non è per ‘deformazione professionale’ pigra, non stramazza a terra per due scalini saliti, non sbrana il cibo come uno di quegli animali della savana che vediamo su National Geographic, non passa la sua giornata a mangiare e non ha la ‘residenza’ sul divano. Lo sapete qual è il risultato di tutto questo sapere infondato? Molte persone ‘diversamente magre’, così per ironizzare, passano la vita a giustificarsi con gli altri dicendo “non sono grasso perché mangio”, “ho un problema ormonale”, “ho passato un brutto momento nella mia vita ed ho iniziato a prendere chili, ecco perché sono così”.

Il peso da tenere in considerazione non dovrebbe essere quello di una persona ma delle PAROLE. Sì, perché le parole hanno un peso. Quando la persona con una forma fisica ‘diversa’ dal normale si sente dire “cicciona” o “ciccione”, “faccio prima a passarti sopra che a girarti intorno”, “ma come cintura usi l’Equatore?”, “ma riesci a fare sesso?”, “che schifo tutto quel grasso”, “non possiamo assumerti perché sei fatta così” ad appesantirla non è la ‘ciccia’ di troppo ma quel senso di vergogna che nasce da quelle parole.

Sul fatto che l’obesità sia un problema alimentare non ci sono dubbi. Va curata da mani esperte e il nostro augurio è che chiunque abbia problemi di salute guarisca. Siamo sicuri, però, che i veri ‘malati’ siano le persone ‘grasse’ e non i ‘nazisti della forma fisica perfetta’? Lascio a voi rispondere…

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Autore: Lucrezia Leombruni
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