Raffaele, ex ospite di San Patrignano: “Se mi guardo indietro il rimpianto più grande è che ho perso un sacco di tempo”

Raffaele è un sommelier professionista, lo incontro nella sede dell’Anglad a Roma dove mi racconta la sua storia. “Ho iniziato a usare sostanze stupefacenti all’età di 13-14 anni facendomi le canne- racconta- e nel giro di qualche anno ho provato la cocaina e diciamo che quella poi si è rivelata la mia sostanza di riferimento. […]

Raffaele è un sommelier professionista, lo incontro nella sede dell’Anglad a Roma dove mi racconta la sua storia.

“Ho iniziato a usare sostanze stupefacenti all’età di 13-14 anni facendomi le canne- racconta- e nel giro di qualche anno ho provato la cocaina e diciamo che quella poi si è rivelata la mia sostanza di riferimento. All’età di 16 anni circa fino ai 30 è stato un calvario, anche se il calvario più pesante è stato sicuramente quello che hanno vissuto i miei familiari e le persone che mi stavano accanto. All’inizio riesci, almeno io, a gestire la cosa anche poi per il resto della settimana; infatti dopo il diploma, ho iniziato l’università dove ho dato anche diversi esami però con l’utilizzo sempre più massiccio di cocaina è giunta l’incapacità di gestire qualunque cosa”.

Qualunque tipo di percorso di vita iniziasse “che fossero delle amicizie, una compagna, un nuovo lavoro o lo sport- spiega- finiva senza neanche capire il motivo o meglio non me ne rendevo conto, ma il perché era chiaro. Il problema è che tu pensi di fare una vita normale, ma poi arrivi a una certa età, la mia è stata intorno ai 30 anni, dove capisci che non sei né arte né parte che non hai creato nulla se non buio intorno a te”.

Ma come si passa da un uso del ‘sabato sera’ a un uso quotidiano? “Quello che può essere un piacere, un divertimento, uno svago, di un sabato sera- racconta Raffaele- poi diventa un qualcosa che ti piacerebbe fare anche la domenica e perché no martedì e anche giovedì e ti crei quegli alibi e quelle situazioni che ti permettono inizialmente di fare un uso maggiore soprattutto più frequente senza andare a intaccare quella che poi è la vita normale.

All’inizio ci riesci perché una volta con una scusa, una volta con un bugia, una volta con qualcos’altro bene o male te la cavi. Il problema è che poi andando avanti nel tempo questa cosa ti mangia sempre di più e diventa impossibile gestire il resto”.

Trovare i soldi non era poi così difficile, visto il drastico calo dei prezzi “un grammo di sostanza si può reperire a dei prezzi che vanno dai 5 ai 15 euro e quindi non sono cifre difficili da raggiungere”.

Inizialmente bastavano “la paghetta o gli aiuti dei genitori, dei nonni, con quelle abbuffate soprattutto nei periodi di festa o in occasione di compleanni. Con il passare del tempo uno dei motivi per cui ho lasciato l’università era quello di andare a lavorare e quindi la possibilità di avere un reddito, di guadagnare è stato ancora più deleterio per me”.

Perché hai iniziato? “Credo non ci sia una causa specifica che ti fa iniziare a utilizzare sostanze come non c’è un motivo specifico che ti fa smettere; anche perché il problema non è smettere di utilizzarle, ma non riprendere a farlo. Credo che la sostanza sia la punta di un iceberg dove tu tieni nascosto gran parte di quelli che sono i tuoi disagi, ma possono essere difficoltà, voglia di mostrare una parte di te che magari diversamente non riesci a mostrare. Il problema è che quando capisci che quello può essere o non essere il contesto adatto a te hai un richiamo talmente forte della sostanza che nel frattempo ti prende sempre di più che diventa facile entrarci, ma difficilissimo uscirci e lo diventa ancora di più se si prova a uscirne da soli”.

L’incapacità di comunicare rappresenta il primo scoglio “il problema che ho avuto e il riscontro che hanno tanti ragazzi è proprio quello della incapacità di comunicare le proprie sensazioni, le proprie emozioni. Molte sostanze aiutano la percezione, o almeno quello che tu credi essere, di un’emozione. È come se tu la vivessi in modo amplificato, ma in realtà non è così. È tutto quello che tu provi dentro di te, ma che poi non riesci a condividere da quello che diventa un mondo di condivisione, perché soprattutto la cannabis e altre sostanze vengono definite sostanze di condivisione, diventano sostanze paranoiche e l’utilizzo che fai di queste sostanze diventa sempre più solitario e non riesci più a stare in maniera lucida insieme ad altre persone; sei sempre in una condizione di disagio. Nei miei anni di tossicodipendenza ci sono stati degli anni in cui facevo un utilizzo massiccio quotidiano di sostanze e degli anni in cui facevo le ‘abbuffate’, magari riuscivo a stare diversi mesi senza farne uso fino al punto in cui, per diversi giorni, diventavo irreperibile e bruciavo qualsiasi cosa mi capitasse davanti. Non riuscivo a mantenere una responsabilità quindi il modo più semplice per uscire dalle responsabilità era proprio quello di estranearmi e quale modo per farlo se non quello di utilizzare la sostanza. Spengevo il telefono” a volte “ vendevo il telefono, vendevo di tutto, facevo tutto ciò che era lecito o illecito fare per arrivare a farne uso e alienarmi quello era l’intento. Poi dopo diversi giorni ritornavo all’ovile con tutto bruciato: lavoro perso, compagne perse, amicizie bruciate e in famiglia ti lascio immaginare. Questo era il mio iter, ogni volta che mi ripresentavo a casa c’era sempre una voglia di riscatto. Le prime promesse di non farlo più rimanevano tali”.

Gli interventi erano sempre “blandi” generalmente si trattava di “cambiare scuola, amicizie, lavoro, ma il problema non è cambiare quello che è intorno a sé, ma cambiare se stessi. Sono iniziati i vari tran tran di psicoterapeuti, psicoterapia di gruppo, serd, una comunità semi residenziale, vari passaggi e litigi. Poi, avendo i genitori separati, una volta era un litigio con mio padre, una volta con mia mamma, fino a quando la famiglia si è svegliata e quello che bruci intorno a te diventa sempre più irreparabile e questi interventi non bastano più. Dopo l’ennesimo disastro chiamo mia madre e lei, che già si era messa in contatto con la comunità di San Patrignano, mi dice che se volevo una mano mi avrebbe aiutato, ma a suo modo. E così sono partito da Napoli sono andato a Bologna e poi è iniziato il mio percorso di recupero. Sono stato cinque anni a San Patrignano. Il mio percorso è durato più del dovuto per mia scelta in quanto un percorso medio normale dura dai tre anni e mezzo ai quattro anni, il mio è durato di più per mia scelta perché lì ho deciso di formarmi professionalmente mettendo a posto quei tasselli che avevo lasciato vuoti durante la mia vita da tossicodipendente. Oggi vivo a Roma, sono un sommelier professionista, lavoro con l’alcol anche se sembra un paradosso. Se mi guardo indietro mi sento di aver perso un sacco di tempo”.

2021-05-03T13:09:14+02:00