Daniela, madre di un ragazzo ex tossicodipendente: “Impreparati di fronte al problema droga”

L'intervista

Daniela la incontro nelle sede romana dell’Anglad; è la madre di due ragazzi, uno di loro ha avuto un passato da tossicodipendente, ma dopo un lungo percorso di riabilitazione da “un adolescente irrisolto” è diventato “un adulto responsabile”.

“Mio figlio ha iniziato a usare cannabis in adolescenza- esordisce Daniela- Io vengo da una generazione in cui l’uso della cannabis non era così stigmatizzato” e forse per questo “abbiamo sottovalutato il problema dell’uso in adolescenza. Lo sapevo che fumava e mi limitavo a dirgli che la cannabis è come l’alcol, se ne bevi un bicchiere va bene, ma se stai tutto il giorno a fumare diventa un problema”.

L’approccio scelto era sempre improntato al dialogo anche perché “a 17 anni- continua Daniela- ebbe un brutto incidente e ha subito diversi interventi e ciò mi ha reso, chiaramente, più debole nei suoi confronti e non ci sono andata pesante”.

Nonostante tutto “è riuscito comunque a finire il liceo classico- spiega Daniela- ha iniziato a fare l’università e da madre illuminata lasciai la casa ai miei figli, uno di 20 e uno di 18 anni, con l’idea che potessero svilupparsi come degli adulti. Un discorso che ha funzionato per il più piccolo, dando invece all’altro la libertà di fare poi quello che voleva. Da lontano, più o meno, vigilavo, ma poi ti trovi di fronte a individui che sono degli adulti”.

Ancora non aveva idea però di quanto profondo potesse essere il problema.

 “La mia idea è che lui facesse uso di cannabis- chiarisce- ed è stata l’idea che ho avuto fino a 4 anni fa. In realtà poi lui ha iniziato a provare un po’ di tutto, questo ovviamente l’ho saputo dopo, fino a quando si è giocato tutti i soldi del risarcimento per l’incidente nel giro di un anno e mezzo. In quel periodo si è stabilizzato sulla sua sostanza di scelta”, l’eroina da fumare, “ma noi di questo non ce ne eravamo accorti assolutamente”.

Qualche segnale c’era, ma non era facile accorgersene “era discontinuo nella sua attività- ricorda- però è anche vero che lui faceva il dj, studiava arte e scienze dello spettacolo, componeva musica per cui non era proprio inserito in un ambito lavorativo che permettesse un controllo. Arrivato a 26 anni lo vedevo irrealizzato per cui gli ho suggerito di andare a Londra e lui ha accettato, solo in seguito ho scoperto che se ne era andato perchè aveva fatto terra bruciata intorno a sé, non aveva più una lira e ha cercato nell’esterno la soluzione del problema. È andato avanti per anni facendo lavoro saltuari fino a quando sembrava aver trovato la sua strada”.

Fino a quando qualcosa sembra cambiare “aveva conosciuto una ragazza di Roma che lavorava lì- sottolinea- e sembrava che fosse la persona giusta per lui, sono andati a vivere insieme e hanno deciso di avere un figlio. Lui in quel periodo, grazie a lei, aveva anche trovato un ottimo lavoro, guadagnava bene e quindi pensavamo che fosse arrivato alla sua condizione di stabilità invece è stato proprio l’inizio della discesa a precipizio perchè di fronte alla responsabilità del lavoro e di una famiglia non ha retto perdendo ogni freno”.

A quel punto è arrivato un campanello d’allarme “ci siamo accorti che la cosa non andava perché i soldi non bastavano mai- racconta Daniela- guadagnava bene, ma aveva sempre bisogno di liquidità. Fino all’ultimo ho pensato che avesse qualche altro tipo di dipendenza, gli ho chiesto se giocasse d’azzardo perché dai suoi comportamenti non riuscivo a immaginare che fosse tossicodipendente da eroina”.

Aveva comportamenti strani, lunghe telefonate all’aperto di sera, era magro, “però poi nelle relazioni familiari più o meno era normale, più o meno perché lo sguardo era sempre uno sguardo opaco, sfuggente, fino a che la compagna l’ha incastrato trovandogli nella tasca della giacca dell’eroina. Mi hanno telefonato e io il giorno dopo sono partito per Londra e sono andato a riprenderlo”.

Una volta tornati in Italia non sapevano che fare “eravamo completamente digiuni, impreparati rispetto al problema, attraverso delle amicizie ci hanno dato il contatto dell’Anglad e di Paolo De Laura. Grazie all’associazione e l’esperienza con mio figlio, perché a quel punto ho iniziato a ‘vedere’ la realtà, abbiamo capito che” la comunità di recupero “fosse l’unico percorso percorribile e così è partito lasciando la figlia di 7 mesi che peraltro già non vedeva più, e si è fatto tre anni e un mese ed è tornato un’altra persona. Da un adolescente irrisolto è tornato un adulto responsabile”.

2021-03-19T17:13:48+01:00