Le alunne afgane e quel dolore che proviamo a immaginare

Attoniti. Siamo attoniti e senza parole. Sentiamo per un attimo come un dolore nel petto. Lo cerchiamo, lo ritroviamo, forse lo immaginiamo soltanto.
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Di Vincenzo Giardina 

Attoniti. Siamo attoniti e senza parole. Sentiamo per un attimo come un dolore nel petto. Lo cerchiamo, lo ritroviamo, forse lo immaginiamo soltanto. Forse abbiamo solo bisogno di sentirci umani. Lo facciamo per noi stessi. O forse è solo che alla fine lo siamo per davvero, almeno un po’, brevi istanti, nonostante tutto. Nonostante le notizie di morti e di feriti che chi si occupa del mondo, dopo aver magari viaggiato in Paesi lontani e difficili, si è abituato a maneggiare. A trattare come fatti nudi, poche righe, da trasmettere per poi passare ad altro.

Ma come si fa? Com’è possibile oggi, dopo tutto quello che è stato detto e scritto? Per anni ci hanno parlato della “guerra al terrorismo”. Da vincere e anzi già vinta, aveva assicurato George Bush sul ponte di una portaerei. Ma non sono solo gli americani. Troppo facile dare la colpa solo e soltanto a un ex presidente dall’altra parte del mondo. Ci siamo dentro tutti. Anche noi italiani. Secondo l’Osservatorio Milex sulle spese militari, la missione avviata nel 2001 ci è costata quasi otto miliardi e mezzo di euro. Oggi ce ne andiamo via insieme con gli americani. Via da Kabul, adesso, dopo l’ultima autobomba, all’uscita di una scuola: più di 60 vittime, Rayhana, Kamila, Gulsom e tante altre, studentesse tra i 12 e i 20 anni. Che futuro ha costruito la guerra al terrorismo? E cosa ha lasciato? Astucci bruciati, pagine annerite, scarpe spaiate di bambine.

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Autore: Redazione Diregiovani
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