Vittime del terrorismo. Massimo d’Antona, la lotta per un’idea nuova di lavoro

Il ricordo del giurista a 22 anni dalla sua uccisione
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ROMA – Le Nuove brigate Rosse non scelsero un giorno a caso ma il 20 maggio 1999 – ricorrenza della nascita dello Statuto dei Lavoratori – per uccidere Massimo d’Antona professore, giuslavorista e consulente del Ministero del Lavoro. Uscito di casa a piedi per recarsi a lavoro, D’Antona non fece caso ai due furgoni parcheggiati davanti a Villa Albani, predisposti per tendergli l’agguato. Da lì giunsero i sei colpi che lo ferirono alle spalle: inutile il tentativo di farsi scudo con il borsone che portava con sé perché il colpo finale lo centrò diritto al cuore.

“La ragione della sua morte è nel suo essere un giurista. È nel mestiere che faceva. È nel modo in cui aveva liberamente e consapevolmente scelto di interpretarlo, questo mestiere”, ha ricordato Walter Veltroni, amico di D’Antona, nell’anniversario della scomparsa nel 2016.

Giurista brillante, D’Antona aveva  intrapreso la sua carriera accademica come professore di diritto del lavoro prima presso l’università Catania, poi a Napoli  fino al trasferimento alla Sapienza di Roma. Passò solo un momento della sua vita lontano dalla cattedra: quando nel 1996 venne nominato  Amministratore Straordinario dell’Ente Nazionale Assistenza al Volo dal governo Prodi.

Dopo due anni, le dimissioni e l’incarico inaspettato  di Consulente del Ministro del Lavoro Bassolino. In quell’occasione, D’Antona si occupò della riforma delle rappresentanze sindacali inclusa nel pacchetto Treu, riforma ideata dall’omonimo ministro con l’obiettivo di flessibilizzare il mercato del lavoro.

Finì per questo nel mirino nelle Nuove Brigate Rosse –  così si firmarono gli assassini nel messaggio rivendicativo dell’attentato – che videro in d’Antona uno dei corresponsabili del piano dello Stato di ristrutturazione del mercato del lavoro e di asservimento e precarizzazione dei lavoratori.
Per questo, l’organizzazione terroristica – che si rifaceva alle BR degli anni ’70 –  decise di farlo fuori. La sua uccisione fu il prologo di una serie di vili colpi inflitti ad altri uomini di stato impegnati per riformare il paese: anche Marco Biagi – come D’Antona – fece la stessa fine nel 2001, ucciso dai colpi di una calibro 38.

“Ci sono dei diritti fondamentali nel mercato del lavoro che devono riguardare il lavoratore non in quanto parte di un qualsiasi tipo di rapporto contrattuale, ma in quanto persona che sceglie il lavoro come programma di vita, che si aspetta dal lavoro l’identità, il reddito, la sicurezza, cioè i fattori costitutivi della sua vita e della sua personalità”, scriveva Massimo D’Antona che era  – come lo ricorda Veltroni – un uomo che credeva nella dignità dei lavoratori, nelle prospettive delle giovani generazioni e nei loro diritti.

Un uomo che scommise sulla possibilità di tenere insieme coesione sociale e innovazione, un’idea che secondo Veltroni “evidentemente aveva e che continuerà ad avere molti nemici”.

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Autore: Redazione Diregiovani
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