Vittime del terrorismo. Francesco Coco, una vita per la legalità

Il ricordo del procuratore generale di Genova a 45 anni dalla sua uccisione
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È con l’uccisione del procuratore generale di Genova, Francesco Coco, avvenuta l’8 giugno del 1976, che le Brigate Rosse abbandonarono definitivamente la propaganda per imbracciare le armi. Una lotta armata condotta contro lo Stato, di cui Coco rappresentava uno degli esponenti di spicco all’epoca. Nell’agguato, compiuto alle 13,38 in una traversa di via Balbi, presso l’abitazione del procuratore, rimasero uccisi anche il brigadiere Giovanni Saponara  e l’appuntato Antioco Deinara

Coco divenne bersaglio delle BR, dopo la scelta compiuta nel 1974, di opporsi al rilascio di otto detenuti ex-militanti del Gruppo XXII Ottobre, messi alla sbarra dal giudice e amico Mario Sossi qualche anno prima. Nonostante il parere favorevole  della Corte d’Assise di Genova, Coco impugnò il parere davanti alla Corte di Cassazione e,  una volta avvenuta la liberazione del giudice Sossi – fatto ostaggio dalle Br – vinse il ricorso, segnando quel giorno la sua condanna a morte. 

Al presidente della Repubblica del tempo, Leone, che lo chiamò il giorno prima della sentenza, Francesco Coco disse: “Farò il mio dovere sino in fondo”.

“Il primo pensiero è di riverente omaggio alla memoria di Francesco Coco, di un uomo che la missione del magistrato esercitò sempre con alta coscienza morale, con dedizione appassionata e con coraggio”, dichiarò il Presidente Leone, il  giorno dopo l’omicidio, nel corso della seduta del Consiglio Superiore della Magistratura. Al Palazzo di Giustizia di Genova, un’aula porta il suo nome, quello di un uomo che non trattò con i brigatisti. 

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Autore: Redazione Diregiovani
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