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Spazio: Earth Observatory, le otto missioni ‘terrestri’ della NASA

Earth Observatory 2Quanto sappiamo davvero della Terra? Vista dallo Spazio, grazie agli occhi dei satelliti, rivela molti cambiamenti in corso. Dall’erosione delle coste alla diminuzione dei ghiacci, dalla variazione dei terreni coltivabili alla concentrazione delle zone urbanizzate, la Terra vista dall’alto si mostra come un organismo in continua evoluzione. Questo tipo di osservazione, però, non basta. Il respiro del nostro pianeta va ascoltato anche un po’ più da vicino. Per questo la NASA ha predisposto un intero settore, chiamato Earth Observatory, per i programmi di osservazione della Terra sviluppati direttamente sul nostro pianeta. Visto dal basso, rivela cambiamenti quotidiani, utili per predire il suo futuro in un’epoca che sembra in balìa dei cambiamenti climatici. Aria, terra, mari e ghiacci: gli scienziati della NASA hanno predisposto programmi per ogni angolo del globo.


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Il 2016 è un anno particolarmente ricco di missioni di questo tipo. Saranno infatti otto quelle attive da gennaio a dicembre, tra missioni già in essere ed esperienze nuove.

La sfida forse più grande del ventunesimo secolo è quella dello scioglimento dei ghiacci. Il programma della NASA che se ne occupa si chiama Ocean Melting Greenland, dura cinque anni e si propone di osservare il cambiamento delle temperature dell’acqua intorno alla Groenlandia e la reazione dei ghiacciai all’acqua calda e salata dell’oceano Atlantico per capire quanto l’oceano influisca sullo scioglimento. Uno studio nello stesso angolo di globo è Arctic Boreal Vulnerability Experiment (Above): in Alaska e nel Canada nord occidentale gli scienziati si dedicano, dal 2015, a milioni di chilometri quadrati di tundra, montagne, foreste, laghi e permafrost per ottenere dati sull’alterazione degli ecosistemi.

Earth Observatory

Di ecosistemi, ma stavolta marini, e di venti nel nord dell’Atlantico si occupa il progetto Naames (North Atlantic Aerosols and Marine Ecosystems Study). Dura cinque anni e si occupa del rapporto tra l’oceano, il clima e le nuvole. Da un capo all’altro del mondo: in Sudafrica la NASA studierà l’interazione tra le nuvole e i venti con Oracles (ObseRvations of Aerosols above CLouds and their intEractionS), focalizzandosi sull’influsso delle particelle derivanti dagli incendi di biomasse della zona. Sono altre due le indagini che riguardano l’atmosfera e che debutteranno nel 2016. Si tratta di Atom (Atmospheric Tomography) e di ACT-America (Atmospheric Carbon and Transport – America). Il primo studierà l’influsso di ozono e metano sui cambiamenti climatici, sorvolando l’oceano Pacifico e l’oceano Atlantico. Il secondo analizzerà il cielo sopra gli Stati uniti orientali per capire come funziona la rimozione dei gas serra.

In Corea del Sud, invece, la collaborazione con gli Stati Uniti per il progetto Korus-Aq– che parte in maggio- avrà lo scopo di monitorare l’inquinamento dell’aria. Lo studio si servirà di dati raccolti con vari mezzi, dagli aerei ai satelliti ai sensori a terra. Una delle missioni di Earth Observatory è invece dedicata alla barriera corallina. Il progetto si chiama Coral (COral Reef Airborne Laboratory) e interesserà le aree delle isole Hawaaii, delle isole Marianne, della repubblica di Palau e della Grande Barriera Corallina.

Otto missioni per avere uno sguardo nuovo sul pianeta Terra. Sicuramente più consapevole dei cambiamenti devastanti provocati dall’Uomo e sulle misure per arginare i danni.


Un modulo gonfiabile sulla Stazione spaziale
Per la prima volta nella Storia un modulo gonfiabile raggiungerà la Stazione spaziale internazionale. La data è fissata per il prossimo 8 aprile. A portarlo sul laboratorio orbitante più grande mai costruito sarà la capsula Dragon, veicolata dal Falcon 9 di SpaceX. Il modulo gonfiabile si chiama Beam, che sta per Bigelow expandable activity module, e verrà agganciato dal braccio robotico della Stazione allo stesso nodo in cui si trova la famosa ‘cupola’. Beam verrà sottoposto a diversi test che mirano a scoprire se i gonfiabili possano essere i moduli del futuro, utili per creare ambienti confortevoli per l’Uomo sulla Luna o su Marte. Beam, tuttavia, non sarà abitato dagli astronauti in questo caso, ma riceverà una loro periodica visita di controllo. Il vantaggio dei gonfiabili risiede soprattutto nella possibilità di diminuire considerevolmente volumi al momento del carico dei vettori diretti nello Spazio.

La NASA scalda i motori per andare su Marte
E’ stato testato con successo dalla NASA uno dei quattro motori che, nel 2018, porteranno in orbita lo Space Launch System, un gioiello a cui è legato il futuro dell’esplorazione spaziale, trattandosi di un vettore che lancerà gli astronauti dalla Terra a Marte entro gli anni ’30 di questo secolo. La prova sul motore, un Rs-25, è durata 500 secondi e ha riproposto tutte le difficoltà del vero viaggio, tra variazioni di spinta e tempi operativi. Sono molte le speranze riposte in questo tipo di motore: la Nasa si affiderà a Rs-25 nella pianificazione delle future missioni verso lo spazio profondo, che prevedono anche spedizioni umane sulla Luna e su Marte. Tre motori di questo tipo erano installati sullo Space shuttle: dopo un passato glorioso hanno ora il compito di portare la Nasa verso un futuro ambizioso.

Hubble ‘cattura’ la galassia più lontana mai vista
Gli occhi del telescopio spaziale Hubble non si stancano mai. Dopo più di un quarto di secolo di attività e una miriade di splendide immagini di galassie sconosciute, Hubble è riuscito a emozionare ancora grazie alla fotografia della galassia più lontana mai vista nell’Universo. L’immagine ritrae una galassia luminosissima, ribattezzata Gn-z11, che risale ad appena 400 milioni di anni dopo il Big Bang. E’ quindi una finestra inaspettata sul nostro passato più remoto. Grazie a Gn-z11 gli astronomi hanno potuto sbirciare cosa succedeva nell’Universo quando aveva appena il 3% dell’età attuale.

Dislessia, la stimolazione cerebrale migliora la capacità di lettura
Nuova frontiera per il trattamento della dislessia. Attraverso la stimolazione cerebrale non invasiva è possibile migliorare le capacità di lettura dei bambini in tempi molto ridotti. La tecnica è stata sperimentata dai ricercatori di Neuropsichiatria Infantile dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù in collaborazione con il Laboratorio di Stimolazione Cerebrale della Fondazione Santa Lucia. E’ la prima volta che si tenta questa strada per i pazienti affetti da questo disturbo. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista scientifica Restorative, Neurology and Neuroscience. Per condurre lo studio è stata utilizzata la tecnica di Stimolazione Transcranica a Corrente Diretta (tDCS), procedura non invasiva con passaggio di corrente a basso voltaggio già impiegata per la terapia di alcuni disturbi come l’epilessia focale o la depressione. Per la prima volta è stata utilizzata dai ricercatori del Bambino Gesù, sotto la supervisione della dott.ssa Deny Menghini, con bambini e adolescenti dislessici per documentarne l’efficacia sulle difficoltà di lettura in età evolutiva. I risultati hanno evidenziato che la tDCS è un trattamento sicuro che, variando l’attività neurale di circuiti cerebrali alterati nelle persone dislessiche, consente un miglioramento delle abilità di lettura.