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Spazio: Da dove veniamo e dove andremo? Una EVA per le risposte [VIDEO]

5 febbraio 2016

Spazio – Sono passati 51 anni dalla prima passeggiata spaziale. Il 18 marzo del 1965 il cosmonauta Aleksej Archipovič Leonov uscì per la prima volta tra le stelle. Da allora il momento dell’attività extraveicolare (EVA)- così, tecnicamente, si chiama-, ha sempre avuto un fascino particolare sia per noi, spettatori da Terra, sia per gli astronauti chiamati a svolgere questo compito delicato e importante. Durante la costruzione della Stazione spaziale internazionale, le attività extraveicolari rivestirono un ruolo fondamentale, perché servirono per assemblare interi pezzi del laboratorio orbitante più grande mai costruito.

Era il 1998 e da allora le escursioni fuori dalla navicella si sono susseguite incessanti. La prima che ha visto protagonista un italiano è stata quella di Luca Parmitano, il 9 luglio del 2013. E fu sempre Parmitano ad essere protagonista di uno dei momenti più drammatici degli ultimi anni. Il suo casco si riempì d’acqua e la tragedia fu evitata anche e soprattutto grazie al sangue freddo e alla preparazione di Astro_Luca, come specificato anche nella dettagliata relazione della Nasa sull’accaduto.

Ma a cosa servono, concretamente, le attività extraveicolari?

Uno dei compiti dell’astronauta che lascia la Stazione per avventurarsi nello Spazio è quello di provvedere alla manutenzione dei vari moduli che compongono l”astronave’. Ma un altro aspetto per cui le EVA sono indispensabili è quello degli esperimenti. E’ proprio questo il caso della ultima che ha avuto luogo sulla ISS. I protagonisti sono stati Yuri Malenchenko e Sergei Volkov, i quali si sono dedicati a recuperare alcuni elementi del progetto Expose-R2 dell’Esa. Si tratta di una serie di moduli che contengono 46 specie diverse di microrganismi e oltre 150 composti organici, di cui viene studiato il comportamento in un ambiente non protetto e ostile come quello spaziale.

Si tratta di forme di vita costrette a confrontarsi con le radiazioni, con l’assenza di gravità, con gli imponenti sbalzi di temperatura e con l’energia del Sole che li investe in pieno. L’esperimento ha lo scopo di capire che conseguenze tutto ciò abbia provocato, dopo un periodo di 18 mesi, su queste forme viventi. I risultati ci interessano, e parecchio. E’ proprio da questi, infatti, che si partirà per lo studio dei possibili viaggi galattici per gli umani. Bisogna capire cosa succede al corpo umano se esposto per un lungo periodo alle asperità spaziali. E si parte proprio da qui, dai microrganismi. Bisogna capire in che condizioni siano dopo aver fatto per 8500 volte il giro del mondo.

Ma non c’è solo questo. L’esperimento targato Esa è ritenuto utile anche per scoprire alcuni principi di vita aliena. Resta infatti ancora da capire come quei mattoncini essenziali per la vita siano arrivati sul nostro pianeta. Potrebbero essere atterrati grazie a dei meteoriti dopo un viaggio lungo milioni di anni, ad esempio. E visto che molte componenti organiche non sono stabili, ma mutano nel corso del tempo, lo studio di queste componenti nel modulo posto fuori dalla Iss può fornirci qualche traccia in più per scoprire da dove veniamo.

Per esempio si occupa di questo l’esperimento Photochemistry on the Space Station che cerca di svelare quali elementi chimici presenti sulla Terra possano provenire dallo Spazio. Se quelli recuperati dai due cosmonauti durante l’attività extraveicolare del 3 febbraio, durata quasi sei ore, fossero intatti e fossero quindi sopravvissuti alle difficoltà dello Spazio, significherebbe che quegli stessi elementi potrebbero essere arrivati proprio da lì e non essersi formati direttamente a Terra.

Le risposte potremmo averle a breve. Sono 30 gli scienziati a lavoro sul progetto Expose-R2 dal 2009, che analizzeranno i campioni in 11 laboratori dislocati tra Italia, Francia, Olanda e Stati Uniti. Forse da lì arriverà il responso sulla nostra origine, e anche sulla possibilità di un futuro su un pianeta diverso dalla Terra.


Stampa 3D nello Spazio, test a bordo della Iss riuscito
L’idea è di creare oggetti a bordo della Stazione spaziale internazionale, compresi pezzi di ricambio, usando la stampante 3D. Il 2 febbraio l’astronauta Scott Kelly ha attivato per la prima volta la Portable on Board Printer 3D, un gioiellino della tecnologia nato in Italia. L’esperimento è durato circa un’ora ed ha portato alla creazione di un oggetto in Pla, vale a dire un particolare tipo di plastica biocompatibile e biodegradabile che viene utilizzata nella composizione di forme tridimensionali. La prova è andata in onda ‘in diretta’ sulla Terra grazie a una camera che ha ripreso tutte le operazioni attraverso una finestra trasparente della Portable on Board Printer 3D. Ora il prossimo passo è confrontare l’oggetto così costruito con uno analogo costruito sulla Terra per cogliere le diversità.

A Villa Adriana la tutela arriva… dallo Spazio
Arriva dallo Spazio l’ultima frontiera della tutela dei beni culturali. Da oggi, infatti, saranno i satelliti (e i droni) a svelare i rischi che corre il patrimonio, dalle attività dell’uomo all’instabilità del terreno. Il tutto, a partire da Villa Adriana, a Tivoli, scelta come sito pilota di Videor, il progetto finanziato dal ministero dello Sviluppo economico, “fortemente voluto” dal ministero dei Beni culturali e nato dalla collaborazione tra l’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro, Nais, una pmi del Lazio, e la società Superelectric. I dati, sotto forma di immagini, arriveranno direttamente dai satelliti del programma Cosmo-SkyMed, gestito dall’Agenzia spaziale italiana, e dal corrispettivo europeo Copernicus. Poi, saranno ‘letti’ sulla Terra e, una volta decodificati, arriveranno nelle mani delle istituzioni culturali che si occupano di conservazione e tutela.

Scoperto un disco ‘volante’ glaciale
Gli astronomi si sono cimentati con la misurazione della temperatura dei grani di polvere che si trovano nelle zone esterne di un disco di formazione planetaria intorno a una giovane stella. Si sono serviti dei potenti telescopi Alma e Iram dell’Eso e hanno messo a punto una tecnica innovativa che ha permesso loro di fare una scoperta inaspettata: i grani di polvere sono freddi, freddissimi. Molto più del previsto. La temperatura arriva a -266 gradi. Il dato è importante perché rimette in discussione i modelli finora utilizzati per lo studio di queste formazioni. Il disco rappresenta il primo stadio di formazione dei sistemi planetari.

Efesto, il drone del Cnr che dà una mano all’agricoltura
L’Area della ricerca di Pisa del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) ha realizzato un prototipo di drone che sarà utilizzato ad ampio raggio nei settori dell’agricoltura di precisione grazie ad innovativi sistemi multisensoriali messi a punto e sviluppati dall’Istituto di scienze e tecnologie dell’informazione (Isti-Cnr), dall’Istituto di biometeorologia di Firenze (Ibimet-Cnr) e dal gruppo Refly del Cnr pisano. Il drone si chiama Efesto e impiega sensori termici multispettrali e iperspettrali. La risoluzione a terra è dell’ordine dei 3cm/pixel e rappresenta un grande passo in avanti se confrontata con i 5-25m/pixel ottenuti con una rilevazione satellitare.