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C’era una volta BLU (a Bologna)

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Roma – Lo sappiamo tutti, non si è parlato d’altro in queste ore sul web: il writer Blu ha cancellato i suoi graffiti sui muri bolognesi, un atto di protesta contro l’imminente apertura della mostra “Street Art. Banksy & Co. – L’arte allo stato urbano”. Ed è la seconda volta in meno di un mese che Bologna fa parlare di sé, è infatti recente la condanna penale e la multa di 800 euro per alcune opere pubbliche sui muri della città di Alice Pasquini. Ma l’eco del gesto di Blu risuona ormai da giorni aprendo più di un dibattito. La discussione sulla definizione e funzione dell’arte, sul ruolo degli artisti, sui rapporti tra arte, politica e società è ufficialmente aperta. In rete un po’ tutti manifestano dissensi e consensi, e in queste ore parte la contromanifestazione organizzata dagli street artist bolognesi che, boicottando la mostra “istituzionale”, sono al lavoro per realizzare un megamuro da vedere senza biglietto d’ingresso.

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Ma facciamo un passo indietro e concentriamoci un istante sulla vicenda. Il writer ha scritto sul suo blog: “A bologna non c’è più blu e non ci sarà più finché i magnati magneranno. Per ringraziamenti e lamentele sapete a chi rivolgervi”. In meno di due due righe lo street artist lancia la bomba, e inizia così la sua contestazione sulla privatizzazione dell’arte, sostenuta e rilanciata in un testo ben più ampio dal collettivo di scrittori bolognesi Wu Ming: “Questa mostra sdogana e imbelletta l’accaparramento dei disegni degli street artist, con grande gioia dei collezionisti senza scrupoli e dei commercianti di opere rubate alle strade”… “Non importa se le opere staccate a Bologna sono due o cinquanta; se i muri che le ospitavano erano nascosti dentro fabbriche in demolizione oppure in bella vista nella periferia Nord. Non importa nemmeno indagare il grottesco paradosso rappresentato dall’arte di strada dentro un museo. La mostra Street Art. Banksy & Co. è il simbolo di una concezione della città che va combattuta, basata sull’accumulazione privata e sulla trasformazione della vita e della creatività di tutti a vantaggio di pochi. Dopo aver denunciato e stigmatizzato graffiti e disegni come vandalismo, dopo avere oppresso le culture giovanili che li hanno prodotti, dopo avere sgomberato i luoghi che sono stati laboratorio per quegli artisti, ora i poteri forti della città vogliono diventare i salvatori della street art. Tutto questo meritava una risposta”. Così in una notte e un giorno, Blu – con l’aiuto dei centri sociali XM24 e Crash – cancella i pezzi dipinti a Bologna nel corso di quasi vent’anni; lo sgomento è generale e colpisce soprattutto un gran pezzo di città che in quei graffiti ci si riconosceva.

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La vicenda va avanti tra lacrime e applausi. C’è chi grida allo scempio, ma il sentire comune dei più lo dichiara un atto doloroso ma certamente inevitabile. La protesta ha però anche un nome e un cognome, quello di Fabio Roversi Monaco, evidenziato in neretto nelle prime righe del comunicato di Wu Ming. Si tratta di un personaggio di spicco dell’intellighènzia bolognese, ex rettore, oggi presidente dell’ente Genus Bononiae che con la fondazione Carisbo ha organizzato la mostra di street art che aprirà il 18 marzo con un biglietto d’ingresso (intero) di 13 euro. E allora se in primis la protesta è contro la museificazione di opere nate in strada e per la strada, c’è poi anche dell’altro: l’attacco ai potenti della città. Proprio loro rivendicano di aver chiesto più volte a Blu di poter utilizzare la sua arte e la sua “non risposta” è stata probabilmente interpretata come un silenzio assenso. Si sa che gli street artist però – quelli veri – non entrano in contatto con le istituzioni, e anche qui si potrebbe aprire un altro infinito capitolo su come oggi l’arte urbana arrivi nelle strade di tante città italiane. Blu ha preferito rispondere con il grigio, togliendo non solo ai potenti ma anche a tutta la città.

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Il rischio più alto, sottolineato dai più severi della rete, è che così facendo Blu non solo abbia privato la città di un dono, ma abbia dato un bell’assist a quei potenti tanto contestati, perché in molti ora saranno disposti a pagare 13 euro, per vedere con i propri occhi quella street art che tanto fa discutere. Non a caso stamattina è partito il boicottaggio: su facebook l’invito a “Partecipa all’evento per non partecipare alla Street Art – Banksy & Co. L’arte allo stato urbano” ha raggiunto in poche ore migliaia di partecipanti. Ed è subito contro manifestazione con il “megamuro” accompagnato dall’hashtag #mementomuri. Per venerdì, giorno di apertura della mostra, gli street artist della città si stanno preparando con determinazione: “Sarà un megamuro che tutti potrete vedere senza biglietto d’ingresso”. Cosa diranno gli artisti presenti alla mostra? Il dibattito resta aperto e chissà che da questa vicenda non possa nascere una concreta riflessione sullo stato dell’arte a livello internazionale. La street art deve rimanere dov’è, non si può staccare dai muri e su questo dovremmo essere tutti d’accordo.