Marco Carta da Barbara d'Urso: "Non sono un ladro"

Marco Carta da Barbara d’Urso: “Non sono un ladro”

“Quello che mi ha fatto male è stato aprire i social e leggere le cattiverie che mi hanno scritto"
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“Vorrei essere me stesso ma è difficile quando sei in un manicomio dimostrare che non sei pazzo”. E’ un Marco Carta visibilmente scosso quello che, davanti alle telecamere di Live – Non è la d’Urso, ha raccontato a Barbara d’Urso la verità sulle accuse di furto che lo hanno travolto la scorsa settimana.

Con la voce tremante, l’ex vincitore di Amici ha chiarito la sua posizione su quanto accaduto lo scorso 31 maggio alla Rinascente di Milano.

“Ero con una mia amica che conosco da molto tempo, avevo comprato alcune cose e avevo una busta con lo scontrino. All’uscita è suonato l’anti-taccheggio ed è arriva la vigilanza che ci ha controllato. Poi ci hanno chiesto di seguirli, ad un certo punto ho visto che dalla borsa tiravano fuori queste magliette“.

Marco ha proseguito ricordando il momento del fermo.

“E’ arrivata la polizia. Io ero sconcertato, allibito non ci credevo ed ho chiesto alla mia amica: ‘Cosa succede?’ Lei non mi ha detto niente. Eravamo in una stanza con diverse persone che ci facevano delle domande, ma essendo tanto scosso non ho ricordi lucidi e non solo di quel giorno ma anche dei giorni a seguire”.

Mi ripetevo: ‘Sei una brava persona’ e ho capito che non mi ero mai definito così. Io sono tutto tranne quello che mi hanno detto, ossia un ladro. Hanno perquisito tutte le cose a me non hanno trovato nulla a lei le magliette. A quel punto loro hanno detto di seguirli perché ci stavano arrestando. Ci hanno separati ed accompagnati con due macchine della polizia dentro una sorta di carcere. Io ero in una cella io facevo avanti e indietro perché mi sentivo un animale in gabbia. Volevo chiamare il mio fidanzato perché quella sera avevo anche una cena. Lui non ha più saputo niente di me fino all’una di notte. Mi hanno detto che ero stato arrestato e non potevo sentire nessuno se non un avvocato. Sinceramente dell’avvocato non mi interessava io volevo sentire la mia famiglia”.

Poi il ricordo delle difficili ore seguenti.

“Sono rimasto in cella fino alle quattro e mezza del mattina, fino a che non è arrivata una poliziotta molto gentile che mi ha detto di stare tranquillo che da lì a poco sarei tornato a casa. Ero scioccato e fuori di me, e pensavo in continuazione alla mia famiglia. Questa poliziotta mi ha detto che il giorno dopo ci sarebbe stato un processo. Gli ho chiesto se poteva chiamare il mio fidanzato e lei lo avvertito. Poi mi hanno accompagnato a casa sempre con una macchina della polizia. La mattina dopo alle otto è arrivata la macchina della polizia a prendermi per il processo che è stato molto lungo perché il giudice è stato molto scrupoloso e non ha trovato prove della dichiarazione dell’addetto alla sicurezza”.

Per quanto riguarda le parole dell’addetto alla sicurezza:

“Molte persone da casa hanno capito che la confessione dell’addetto alla sicurezza è arrivata dopo la scarcerazione, ed invece no, questa dichiarazione è stata vagliata dal giudice la mattina stessa e in base a quella io sono stato rimandato a giudizio”.

“Quello che mi ha fatto male è stato aprire i social e leggere le cattiverie che mi hanno scritto. Io cammino a testa alta ma sono preoccupato per la mia famiglia e per il mio fidanzato anche loro devono farlo. E io capisco, che è più facile credere ad una cattiva notizia che ad una bella”.

 

PUOI RIVEDERE L’INTERVISTA COMPLETA A QUESTO LINK.

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