Roma, Edith Bruck: "Insegnare ai ragazzi cos'è stata la Shoah"

Roma, Edith Bruck: “Insegnare ai ragazzi cos’è stata la Shoah”

Scrittrice e testimone, ha raccontato la sua vita e risposto alle domande degli studenti dell'istituto Armellini
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ROMA – “Ho cominciato a scrivere perché non era contenibile quello che ho vissuto”.

Così Edith Bruck, scrittrice ungherese sopravvissuta ai campi di sterminio, raccontando da testimone di orrori indicibili la sua vita agli studenti del terzo, quarto e quinto anno delle superiori dell’Istituto Tecnico Armellini di Roma.

“Bisogna insegnare ai ragazzi cosa è successo- aggiunge– Oggi ho paura per il futuro, che capiti un’altra volta, perché se è successo una volta può ricapitare. Non si può rimediare con i sopravvissuti che parlano nelle scuole, perché noi non possiamo cambiare il mondo, voi ragazzi invece potete farlo”.

Edith Bruck, nata in un piccolo villaggio ungherese da una povera famiglia, è una dei pochi sopravvissuti alla Shoah che ancora possono testimoniare quanto vissuto, a partire dalla deportazione dopo la Pasqua ebraica del ‘44 ad opera dei gendarmi ungheresi (“E non dei tedeschi, come invece dopo la guerra si è insegnato”), l’arrivo ad Aushwitz su un vagone bestiame dove, ignara di cosa le stesse succedendo, fu subito separata dalla madre e dal padre, la sua salvezza, dato che i genitori furono subito uccisi. Da quel momento Bruck passò tre mesi ad Aushwitz, per poi essere spostata a Dachau dove fu impiegata in diversi lavori, tra cui la pulizia di rape e patate per militari tedeschi in un castello

“per me un paradiso, dove potevo rubare qualcosa da mangiare e dove, per la prima volta dalla deportazione, qualcuno, un cuoco, mi chiese come mi chiamavo, non il mio numero, ma il mio nome, facendomi rinascere e dandomi nuovamente speranza”, spiega la Bruck.

Dopo sei mesi ricominciano gli spostamenti, in diversi sottocampi, con l’obiettivo di allontanare i deportati dall’avanzata liberatoria degli americani. Sono centinaia i chilometri percorsi nella deve, a piedi nudi, da un campo all’altro, lo stesso i morti lungo la strada. Fino al 5 marzo quando la Bruck fu riportata con un gruppo a Bergen-Belsen, un campo di soli uomini pieno di cadeveri.

“Ci dissero che se avessimo ripulito il campo dai cadaveri ci avrebbero dato una doppia razione di zuppa. Noi accettammo, alcuni di questi uomini riuscivano ancora a parlare e ci chiesero di testimoniare. Quando un giorno, dopo averci detto di portare alla stazione i giubbotti ai militari di passaggio, nel tragitto dissi a mia sorella che non riuscivo più a continuare, alcuni giubbotti li diedi a lei e alcuni li buttai nella neve. Tutti fecero lo stesso quando due tedeschi ci fermarono, intimandoci di dire chi aveva cominciato e minacciandoci di ammazzarci tutti. Io mi feci avanti, intanto morire o no era la stessa cosa, il tedesco mi buttò a terra e subito mia sorella lo aggredì. Lui invece di sparare allungò la mano e mi aiutò ad alzarmi, dicendomi che se un ebreo riusciva a mettere le mani addosso a un tedesco meritava di sopravvivere”.

Di lì a poco, il 15 aprile arrivarono i militari americani, quando i tedeschi erano ormai scappati e, dopo averli liberati, li portarono in un ospedale tedesco da cui la Bruck uscì due mesi dopo, tornando, attraverso un lungo tragitto percorso con mezzi di fortuna, a Budapest e poi nel suo villaggio. Solo dopo un lungo peregrinare in giro per il mondo, la Bruck arriva per caso in Italia, dove comincia a scrivere in italiano, e mettendo nero su bianco quanto aveva vissuto, così dando vita a capolavori quali ‘Chi ti ama così’, ‘Due stanze vuote’, ‘Lettera alla madre’, ‘Nuda proprietà’ e tanti altri.

“Anche se ho avuto una vita molto dura e difficile, questa mi ha dato molta forza e speranza. Non è mai la fine del mondo, non è mai tutto nero. Il mio dovere civile l’ho fatto, sono soddisfatta di non odiare la gente, io amo la gente, sono in pace con me stessa ma non sono in pace con il mondo, non si vendica ma non si può perdonare chi ha bruciato mia madre. Il mio perdono passa per il parlare, scrivere, più di così non posso fare”, chiude la scrittrice tra gli applausi dei tantissimi ragazzi che le hanno poi chiesto selfie e autografi.

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