Scuola, storie di resilienza nei 'quaderni' dell'Indire

Scuola, storie di resilienza nei ‘quaderni’ dell’Indire

Esperienze di didattica innovativa condivisa e a distanza
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ROMA  – Nel pieno dell’emergenza coronavirus, la scuola italiana reagisce con una mobilitazione che non ha precedenti. Le tecnologie sono lo strumento principale per ‘fare scuola’ in un contesto difficile. Ma la sfida si gioca e si vince in primo luogo grazie alla ‘resilienza’, una capacità ben presente e sviluppata nella storia scolastica del Paese. Far fronte in maniera positiva a situazioni difficili e avverse, riorganizzandosi e ottimizzando le risorse disponibili: è la filosofia delle ‘Piccole scuole’ d’Italia, istituti di dimensioni ridotte situati in zone marginali come isole o comunità montane o periferie; realtà spesso strutturate con pluriclassi, il più delle volte alle prese con personale sottodimensionato e incompleto.

La rete delle ‘Piccole Scuole’ raccoglie poco meno di 300 istituti in tutta Italia. Tutti hanno sottoscritto un ‘Manifesto’ in cui si legge: ‘Uno degli obiettivi di un paese moderno è di garantire istruzione di qualità in ogni parte del suo territorio e quindi anche le piccole scuole possono e devono essere scuole di qualità’. La rete è promossa e supportata dall’Indire, in particolare per sviluppare percorsi di insegnamento a distanza e di condivisione di materiali didattici. Per l’ente di ricerca, “le scuole che operano nei territori geograficamente isolati o periferici svolgono spesso un ruolo di agenti del cambiamento”. 

Nell’ambito di questo progetto di ricerca-azione, Indire elabora i ‘Quaderni delle Piccole scuole’ con racconti e testimonianze di chi fa scuola in contesti difficili, lì dove è ancor più importante confrontarsi, stringere legami che superino le distanze e facciano sistema. L’iniziativa si ispira esplicitamente alla ‘Biblioteca di Lavoro’, l’opera editoriale diretta da Mario Lodi tra il 1971 e il 1979, che ha aperto alla sperimentazione sul fronte della didattica innovativa. Da nord a sud, sono tante le iniziative in questa direzione.

LA MATEMATICA DI CARTA A MONCHIO IN PROVINCIA DI MODENA
‘18 marzo 1944’ è il nome della scuola primaria di Monchio, in provincia di Modena. La data ricorda una terribile strage compiuta dall’esercito nazista e l’istituto è impegnato nella preservazione del ricordo e della memoria di questa pagina di storia in una comunità che si sta lentamente spopolando a causa degli scarsi collegamenti col territorio circostante. La scuola ha perso studenti e si è dovuto ricorrere alle pluriclassi.

La docente Patrizia Dignatici spiega come è organizzata la didattica:

“Al mattino formiamo due gruppi che lavorano separatamente, un gruppo è formato dai bambini di prima, seconda e terza e nell’altro ci sono gli alunni di quarta e quinta. In genere, lavoriamo sulla stessa disciplina e affrontiamo argomenti comuni, ma con obiettivi e materiali diversi”. Da mezzogiorno alle quattro si forma invece un gruppo unico “un po’ per le risorse a disposizione, ma anche perché- continua la docente– ci piace l’idea di far stare gli alunni tutti insieme nel momento della mensa”.

Nella scuola si insegna la ‘matematica di carta’.

“Un aspetto su cui insistiamo molto quando lavoriamo con tutto il gruppo classe- continua la docente– è la manipolazione dei materiali, l’uso delle mani e del corpo e la costruzione di oggetti. La matematica si impara soprattutto attraverso ‘il fare’ e di conseguenza ho focalizzato la mia formazione in quella direzione”.

L’incontro con la carta e le pieghe porta alla scoperta delle potenzialità della piegatura della carta per costruire competenze matematiche.

“Da due anni abbiamo un laboratorio di origami che è molto amato dai bambini. Ci accompagna per i percorsi di geometria e matematica, ma anche per la costruzione di storie per italiano. Io utilizzo gli origami per fare tutta la matematica: origami geometrici, solidi, tassellazioni di spazi. Lì- conclude la professoressa– conciliamo l’aspetto manuale e tecnologico, creiamo i diagrammi e li studiamo”.

IL ‘PROGETTO LUPO’ A BUSSOLENO IN PIEMONTE
Un’altra esperienza significativa di didattica innovativa delle ‘Piccole scuole’ è stata sviluppata all’Istituto Comprensivo di Bussoleno (To), costituito da una scuola secondaria di I grado, da quattro scuole per l’infanzia e da sei scuole primarie di cui tre con pluriclassi perché situate in comuni di montagna con pochi abitanti. Laura Galante, docente di scuola primaria, su input di due ricercatrici dell’Indire aderisce alla proposta di coinvolgere le scuole su un argomento a scelta creando una community virtuale attraverso incontri in presenza e/o in videoconferenza per mezzo della lim. Si decide di lavorare “su un argomento molto sentito nelle piccole comunità di montagna: il lupo”. La sperimentazione è realizzata insieme alla collega di un altro piccolo plesso dello stesso istituto. Si dà vita a una classe unica che lavora in presenza e in videoconferenza trattando l’argomento da un punto di vista interdisciplinare.

La professoressa Galante sottolinea come

“il lavoro sia proceduto senza particolari intoppi e in allegria e, cosa più importante, i bambini siano stati entusiasti di condividere il lavoro con altri coetanei pur non incontrandoli mai di persona. Del resto lavorando in una pluriclasse sono abituati a collaborare e a condividere le esperienze perché è questo ciò che fanno quotidianamente nella realtà delle classi”.

TRE PICCOLE SCUOLE GEMELLATE SULLA ROTTA UDINE, CHIETI, CAPORETTO
Le ‘Piccole scuole’ grazie alla tecnologia entrano in rete a grande distanza superando anche i confini nazionali. Sara Rainone, docente di pluriclasse della scuola primaria nel comune di Taipana in Friuli Venezia Giulia, ha portato avanti il progetto ‘Tre piccole scuole distanti ma vicine’ coinvolgendo altri due istituti con problematiche simili, situati a Guilmi, in provincia di Chieti, e a Breginj nella provincia slovena di Caporetto. Tre pluriclassi molto distanti fisicamente che si sono ‘avvicinate’ collaborando su un’iniziativa editoriale comune: la realizzazione di un giornalino trilingue (italiano, sloveno, inglese) sulle tradizioni e le caratteristiche territoriali dei propri paesi. Si è lavorato autonomamente. Ci sono state videoconferenze e anche un incontro tra scolaresche a Cividale del Friuli. Il progetto si è concluso con la pubblicazione e la diffusione del giornalino scolastico sul territorio di tutte le scuole.

LA SCUOLA “DIFFUSA” AD ACIREALE
La dirigente scolastica Alfina Berté porta avanti l’Istituto Comprensivo Giovanni XXIII, 7 edifici scolastici collocati in 5 piccole frazioni a nord e a sud della città di Acireale in provincia di Catania. Appena insediata, si è trovata con una situazione complicata: una scuola calo di iscrizioni e fenomeni di dispersione scolastica. In pochi anni si è proceduto con l’introduzione di diverse soluzioni didattiche e organizzative che hanno invertito la rotta. Si è partiti da un modello di autovalutazione per capire la situazione e decidere dove intervenire. L’avvicinamento alle reti delle ‘Piccole scuole’ e delle ‘Avanguardie educative’ ha portato alla sperimentazione di un nuovo modo di fare scuola. La secondaria (I grado) ha puntato su ‘Aule Laboratorio Disciplinari’ e ‘Flipped Classroom’ (classe capovolta), ripensando gli spazi dell’insegnamento in maniera funzionale.  Con la riorganizzazione del tempo (l’ora di lezione ridotta a 55 minuti), spiega la Dirigente, “sono iniziate attività a classi aperte, laboratori opzionali per interessi e attitudini (coding, lingua inglese, orto e giardinaggio, chimica in cucina, cucito creativo, arte, cyberbullismo, sport)”. La primaria ha fatto da apripista sul fronte della ‘scuola senza zaino’. Mentre la scuola dell’infanzia ha puntato sugli spazi verdi circostanti, portando avanti la didattica all’aperto e il nuovo paradigma della scuola in natura, tanto da entrare nella ‘Rete nazionale delle scuole all’aperto’. La strada intrapresa è ancora lunga ma la direzione è quella giusta.

Secondo la dottoressa Berté“oggi possiamo dire che i dati sulla dispersione scolastica sono nettamente migliorati: i ragazzi sono felici di venire a scuola, si sentono maggiormente coinvolti e responsabilizzati. Una ricerca sulle scuole della mia città ha rilevato un’alta motivazione intrinseca nei nostri alunni. La scuola ha inoltre migliorato la sua capacità inclusiva, riuscendo a dare risposte mirate a varie esigenze che si sono presentate nel tempo. Le famiglie hanno apprezzato tutto ciò e la diffidenza che c’era quando sono subentrata come dirigente ha lasciato spazio ad un atteggiamento di collaborazione molto positivo”.

 

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