“Il mio ricordo di Gheddafi, ero solo un bambino ma la rivolta non è ancora finita”

A 10 anni dal golpe che pose fine alla dittatura, il racconto di uno studente attivista che preferisce restare anonimo.
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IL RACCONTO

“Nel giorno in cui cominciò la sollevazione popolare contro Muammar Gheddafi ero ancora un bambino che andava alle elementari e con la mia famiglia già vivevamo in Europa. Ricordo l’espressione sbalordita dei miei genitori mentre, con gli occhi incollati alla tv, guardavano cosa stava accadendo a Bengasi. Per almeno due giorni non erano riusciti a spiegarci cosa stava facendo quella gente e avevano chiesto a me e ai miei fratelli di non parlarne a scuola. La comunità libica all’estero era invitata a frequentare le lezioni di arabo nel fine settimana e i miei genitori vennero a sapere che i servizi segreti avevano subito mandato uomini nelle scuole per controllare che le famiglie continuassero a mandare i figli: chi avesse fatto diversamente avrebbe destato dei sospetti”. Inizia così il racconto all’agenzia Dire di uno studente universitario e attivista di origine libica in occasione dei dieci anni dei fatti del 17 febbraio 2011, che portò alla fine del governo del colonnello Muhammar Gheddafi, al potere dal 1969. Dalla Cirenaica la rivolta si estese presto ad altre città, tra cui la capitale Tripoli, Ras Lanouf e Misurata. Le autorità reagirono con la repressione e a marzo il Consiglio di sicurezza dell’Onu approvò un intervento armato a “protezione della popolazione” condotto da Francia, Stati Uniti e Regno Unito. Il 20 ottobre Gheddafi venne ucciso e il regime cadde, aprendo la strada a una guerra civile che ancora oggi non puo’ dirsi conclusa.

UN NOME DI FANTASIA

La fonte, che agli studi universitari alterna l’attivismo con la comunità dei libici all’estero per favorire la transizione democratica, non vuole rivelare la sua identità “per ragioni di sicurezza” e chiede di usare un nome di fantasia, Saleh. “Chi racconta cosa accade in Libia rischia la vita” denuncia il giovane: “Soprattuto nell’est, attivisti e dissidenti sono sequestrati, picchiati, imprigionati e a volte uccisi. Anche le loro famiglie vengono minacciate”. Secondo Saleh, all’estero la situazione non sempre migliora: “Negli Emirati Arabi Uniti o in Arabia Saudita degli esuli sono stati imprigionati e torturati e abbiamo saputo anche di casi di deportazioni verso la Libia”. E il futuro, secondo l’attivista, resta incerto. Di recente i negoziati promossi dalle Nazioni Unite hanno portato alla creazione di un governo di unità ad interim che promette di promuovere la riconciliazione nazionale, superando le divisioni tra il governo di Tripoli e la Cirenaica sotto il controllo del generale Khalifa Haftar e garantendo l’organizzazione di elezioni generali a dicembre. Ma per Saleh il nuovo esecutivo “è formato dai rappresentanti delle elite delle varie regioni e questo gli toglie il sostegno di gran parte dei cittadini”. Sebbene il Paese, da un lato, sia guidato “da dinosauri che mandano a morire i giovani in battaglia”, mentre dall’altro Paesi come “Francia, Stati Uniti, Russia, Turchia, Emirati o Egitto saccheggiano le nostre ricchezze”, Saleh è convinto che “la speranza non è morta”. Anzi, dice, la società civile libica si rinnova e cresce di continuo. “Chiunque sentirete, vi dirà che i libici riusciranno a riscrivere il proprio destino e questo sentimento, credo, non si spegnerà presto” sottolinea Saleh. “Abbiamo un solo Paese e siamo determinati a renderlo un successo”. 

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Autore: Redazione Diregiovani
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