L’insulto al potere nel calcio italiano

Cosimo Savelli
Liceo Classico “Galileo” di Firenze

L’insulto senza impegno di soluzione è parte integrante del DNA di ogni italiano, nonché una delle componenti maggiormente usate nella lingua di tutti i giorni. Dalle Alpi al Gennargentu, ogni regione vanta un arsenale di offese, maledizioni e imprecazioni di ogni genere e origine. Che succede quando questa tradizione si mescola al mondo del pallone? Fino a qualche anno fa lo sfottò calcistico non era sottoposto più di tanto all’opinione pubblica “politicamente corretta”; anche i calciatori, soprattutto nei derby tra fazioni opposte di una stessa città si offendevano in modo pesante, ma nessuno diceva nulla. Non sto giustificando cori razzisti o estremisti di qualsivoglia fazione politica, però è innegabile il diritto a parteggiare per la propria squadra con cori e striscioni, satirici e non. Con l’avvento di questa filosofia che pretende di imporre, in modo meschino, l’assoluto silenzio da parte di tifosi e la non-offesa tra squadre rivali, coloro che l’hanno adottata stanno cercando di insegnare ad una gallina a volare. Non c’è modo di farlo, non perché tutti i tifosi siano ignoranti e volgari, ma perché la presa in giro, a volte scherzosa, a volte pesante ed eccessiva, è la sostanziale differenza tra stadio e tv, che rende la partita molto più vissuta da parte del tifoso. Mi scandalizza molto di più l’incoerenza di certi giornalisti e allenatori, che usano due pesi e due misure, rendendosi ridicoli davanti a chi certe partite se le ricorda bene. Prendiamo in esame proprio i derby, le partite tra squadre di una stessa città. Qualche anno fa, Francesco Totti, durante Roma-Lazio, venne inquadrato dalla regia mentre offendeva un giocatore della Lazio con insulti relativi all’orientamento sessuale. Senza dubbio un fatto deplorevole e vergognoso, ma il celebre commentatore di Sky trattenne a stento le risate in diretta; la faccenda si chiuse lì e tutti sotto la doccia.
Anno 2015, circa una decina di anni dopo, stesso commentatore ma i protagonisti cambiano: si sta giocando Napoli-Inter. Sulla panchina della squadra partenopea siede l’allenatore toscano Maurizio Sarri, su quella nerazzurra prende posto Roberto Mancini. A causa di alcune “discordie” tra i due, pare che il mister degli azzurri si sia rivolto (sbagliando) in modo aggressivo nei confronti del suo collega con gli stessi aggettivi impiegati dal capitano della Roma qualche anno prima. Al che, l’esimio giornalista deputato al commento si avventa contro il tecnico partenopeo per gli insulti da lui pronunciati, dando il via alla crocifissione mediatica di Sarri, a sua volta insultato e attaccato dall’opinione pubblica scandalizzata e dallo stesso Mancini, che lo ha accusato di essere un omofobo. Non contenti di ciò, i dirigenti della FIGC lo hanno squalificato. Becco e bastonato, come si direbbe a Firenze, da quest’ondata di “correttezza” venuta fuori negli ultimi anni, accetta la squalifica. Le parole di Sarri sono state innegabilmente scorrette e per questo lo hanno punito in modo severo, ma eccessivo visti i moltissimi precedenti.
Il 31 gennaio 2016 Roberto “la vittima” Mancini subisce un affondo clamoroso nel derby di Milano, prendendo ben tre gol dalla compagine milanista. Visibilmente alterato, insulta prima i tifosi del Milan, alzando loro il dito medio e subito dopo continua il suo personale spettacolo aggredendo a parole i giornalisti. Guarda caso nessuno si è alzato dalla sedia facendo il grande indignato di turno solo perché la categoria “sensibile” del momento non è stata toccata… Insomma, un vero capolavoro di coerenza italica degli anni ’10 del ventunesimo secolo.

Cosimo Savelli 3E
Liceo Classico “Galileo” di Firenze