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Qui Tunisi, cibo di strada e fast food “taqlidy”. Tutti i modi per dire buon appetito

TUNISI – Se volete mettervi a dieta, non pensate di farlo a Tunisi. Non solo la cucina tunisina è saporita, varia e piena di fritti, ma vanta una ricchissima offerta di cibo di strada e fast-food a prezzi stracciati, ed è forse questa la minaccia più seria alla vostra linea.

Qui Tunisi, la cucina che non immagini

Snack e biscotti artigianali, dolci, frutta secca e caramellata, uova sode, mandorle fresche, fichi d’india, popcorn caldi e tè sono solo alcune delle cose che si possono comprare per meno di un dinaro (pochi centesimi di euro) in qualsiasi momento e ovunque dagli ambulanti che presidiano ogni angolo della città. Tra luci al neon e sedie di plastica centinaia di fast-food e trattorie servono inoltre una ricca varietà di pietanze, anche se per mangiare il cous-cous, gloria nazionale, bisognerà andare in un ristorante vero e proprio. Tra i piatti (che si dice ‘suhun’) tradizionali (‘taqlidya’) che si servono nei ristoranti più economici ci sono il “brick”, un fagottino di pasta sottilissima fritto e ripieno di uovo, tonno, patate e spezie e il kefteji, a base di uova e verdure fritte e salsa al pomodoro. Il kefteji, come anche la ojja, a base di uova, cipolle, peperoni e spezie, si mangia senza posate, ma aiutandosi con il pane: baguette, souvenir del periodo coloniale, o, meglio, “tabouna”, la pagnotta tipica locale. Il tutto è più gustoso se si mangia insieme agli amici dallo stesso piatto.

Qui Tunisi, le parole in arabo del buon cibo

Per parlare (tunisino) come mangiate, potete dire:

“ana ja’an/ ja’at”: ho fame;

“shaya tayba”: buon appetito;

“benin barsha”: molto buono, delizioso;

“tithashash”: sgranocchiare;

“saha”: letteralmente, “salute”. I tunisini lo usano per felicitarsi con gli altri nelle occasioni più disparate, e rispetto al cibo si usa dirlo dopo mangiato. Si risponde “y’atik saha”, ovvero “Allah (sottinteso) ti dia la salute”;

-bishifa’: come “saha”. Si risponde “i’shfik”.

Una menzione speciale va al leblebi, una zuppa i cui ingredienti principali sono ceci, aglio, cumino, olio d’oliva, sale, pepe e harissa, una salsa a base di peperoncino e presente in molti piatti della cucina tunisina. Nelle trattorie che lo vendono, il leblebi viene servito da un immenso pentolone in una ciotola dove il cliente avrà precedentemente sminuzzato un pezzo di pane. Le molliche devono essere molto piccole, in modo che versandoci su la zuppa calda e mescolando possiate ottenere una miscela densa e omogenea il cui peso specifico si avvicinerà a quello dell’uranio. Lo supererà ampiamente, invece se avrete il coraggio di aggiungere la hargma, il piede di vitello. Roba che in confronto la pajata è vegan-friendly. (Continua…)