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Rugby e inclusione: la ricetta della Libera Rugby Club Roma contro ignoranza e omofobia

Libera Rugby Club RomaROMA – Uno sport che ha rispetto dell’avversario, del “nemico”, del diverso? C’è, esiste e fortunatamente gode di buona salute. No, non è un’utopia, è il rugby, bellezza, parafrasando Bogart. Milioni di seguaci, con un amore per la palla ovale che fonda la sua forza su poche, antiche, ma basilari virtù: una fra tutte, il rispetto di chi ci si trova di fronte. Il rugby, sport che per cultura storica non contempla nemici ma avversari, utilizzato come veicolo di impegno civile, laboratorio di esperienze da mettere in comune, cercando di includere e non dividere.

Non appare dunque difficile comprendere lo spessore e la grande spinta innovativa, sia civile che culturale, che un esperimento partito tre anni fa su di un campo di periferia, sia diventato punto di riferimento per tanti amanti di questo sport in una città come Roma che di pratica sportiva, impegno sociale e progresso civile ne ha un disperato bisogno. Nasce così, tre anni e mezzo fa, in estate, per iniziativa dell’allora presidente Stefano Iezzi, l’idea di creare una squadra di rugby gay friendly, che proponesse l’inclusività dello sport come messaggio unico e dirompente.

Iezzi, che aveva giocato a rugby in alcune squadre gay friendly europee già esistenti, ripropose l’esperienza qui a Roma. Attraverso i più comuni canali social sparse la voce, raccolta da un gruppetto di ragazzi che si riunì intenzionati a intraprendere l’impresa. Nacque così la Libera Rugby Club Roma.

Ad oggi, di quell’originario gruppo di persone, sono rimasti in otto, conseguenza di un ricambio naturale che vivono tutti i gruppi sportivi. Uno di questi è l’attuale presidente, Andrea Carega, con una passione per il rugby che quasi contagia a sentirlo parlare. Lo abbiamo intervistato, per parlare di Libera, libertà, omosessualità, speranze e prospettive. Ecco cosa ci ha risposto.

Presidente, voliamo subito alto. Qual è lo scopo che vi prefiggete?

“Credo che Libera abbia un duplice, se non triplice scopo (ride, ndr). Innanzitutto promuovere l’inclusività nello sport, dove per inclusività intendo uno sport in cui l’orientamento sessuale non conta. Libera è aperta alle persone di qualunque orientamento sessuale: in squadra con noi giocano ragazzi eterosessuali, gay, bisessuali; per un breve periodo abbiamo avuto anche un giocatore transgender. Non abbiamo problemi con nessuno e non alziamo steccati: non vogliamo fare una squadra di soli gay; ci teniamo molto che Libera sia un luogo di incontro, nel quale le persone eterosessuali che non hanno mai vissuto certe problematiche, possano conoscere meglio cosa voglia dire essere omosessuali, attraverso il gioco, l’amicizia. Ci teniamo anche a creare un terreno fertile per il gioco di squadra che spesso nel nostro paese è molto omofobo e che impedisce all’atleta gay di vivere appieno l’esperienza del gruppo, della squadra, dello spogliatoio. Per riassumere: inclusività nello sport, promozione del gioco di squadra e del rugby in particolare all’interno della comunità omosessuale e infine, ovviamente per una squadra, cercare di diventare più forti, di partecipare a tornei, manifestazioni, e possibilmente vincerle”.

Chi è il giocatore che sceglie Libera?

“Chi si avvicina a Libera ed al rugby lo fa soprattutto per curiosità, spesso con poca esperienza della pratica di questo sport, o addirittura alcuna. Il rugby è però gioco divertente, tattico, sfidante, stuzzicante e, senza paura di smentita, quello più “di squadra” che esista. Nel rugby non c’è il fantasista come nel calcio che può da solo decidere un incontro; nel nostro sport si va a meta tutti insieme: una squadra è tanto forte quanto il suo elemento più debole, con la squadra che ci tiene a stargli accanto ed a farlo crescere velocemente, a consigliarlo, a sostenerlo. Il rugby è però anche un modo diverso e divertente di conoscere degli amici nuovi, che per i giocatori gay non sia necessariamente attraverso il circuito omosessuale dei locali, delle chat, ecc…che vanno comunque benissimo. Noi, però, diamo un’occasione in più che prima non c’era”.

Il rugby inteso come movimento, a dispetto del calcio che si nasconde dietro ad un dito, è genuinamente disinteressato alla sessualità dei propri praticanti. Come vi ha accolto il mondo del rugby in Italia? Ci sono altre esperienze come la vostra nel nostro paese?

“Al momento siamo l’unica squadra di rugby a 15 dichiaratamente inclusiva. Dopodiché, come esistono giocatori dichiaratamente gay anche col resto della propria squadra, ci sono altri ragazzi che ancora trovano delle difficoltà ad aprirsi con il loro gruppo e che spesso ci scrivono, ad esempio sulla nostra pagina Facebook, da altre regioni italiane, chiedendoci informazioni circa l’esistenza sul loro territorio di una squadra come la nostra. Noi rispondiamo che al momento ci siamo solo noi, come squadra di rugby a 15, ma allo stesso tempo li invitiamo a pensare di fondarla loro, nelle loro città, una squadra. La risposta che abbiamo avuto giocando contro squadre anche etero è abbastanza buona, nel senso che, superato il sospetto inziale, guadagnato il rispetto in campo da parte degli avversari che possono rendersi conto che il nostro principale obiettivo è giocare a rugby quanto loro, nel terzo tempo c’è un altro tipo di rispetto. In fin dei conti poi, questa è la cosa più importante che facciamo, mi spiego: parlare di inclusività nello sport agli omosessuali è predicare ai convertiti; altro, e ben più importante, è portare, con la nostra squadra e il nostro rugby, tematiche a delle realtà anche molto piccole che magari non hanno mai focalizzato e con la quale possono fare i conti”.

Quindi il rugby e l’inclusività nello sport quali antidoti all’ignoranza ed al qualunquismo?

“È evidente che essere gay o eterosessuale nulla dice o aggiunge sul valore di una persona; in Italia, però, abbondano qualunquismo e ignoranza, quindi l’avere questi momenti di confronto sportivo, consente di far vedere anche all’esterno una realtà diversa da quella che molte persone si aspettano circa l’omosessualità, che non è né la realtà della televisione dove il gay è trattato in materia macchiettistica, né quella di una parte della comunità gay che per reazione all’omofobia deve sempre presentarsi in versione “super macho”. Il rugby e Libera sono realtà naturali in cui ciascuno è come si sente di essere, dove ognuno ha il proprio orientamento sessuale che non inficia il fatto di poter giocare insieme, e che consente di mostrare all’esterno, la possibilità di una convivenza serena e divertente tra persone di orientamento sessuale differente. Questo credo sia il messaggio più importante che Libera manda a tutti, senza strumentali contrapposizioni tra gay ed etero”.

Che rapporti ha Libera con la politica e il mondo istituzionale?

“Abbiamo avuto dei proficui contatti con l’UNAR (l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, istituito dal 2003 sotto l’egida della Presidenza del Consiglio dei Ministri, ndr) che ci ha voluto conoscere e ci ha inseriti in un tavolo con diverse realtà del mondo Lgbt, cosa che ci ha fatto enormemente piacere. Quando si tratta di canali più strettamente politici, non abbiamo particolari contatti, mantenendo anche fede ad una nostra vocazione apartitica”.

E il mondo dell’informazione, sempre distratto e a volte superficiale sulle tematiche a voi care, che spazio vi ha riservato?

“Libera è una realtà che ha delle caratteristiche molto particolari per il fatto di trovarsi in Italia, nel senso che da un certo punto di vista tutto è difficile perché l’argomento è complesso, ma d’altra parte proprio la sua complessità e la sua particolarità ci offrono tutta una serie di opportunità inimmaginabili. Mi spiego meglio: un esempio lampante è la nostra partecipazione, nel giugno del 2015, ad un evento rugbistico tenutosi presso l’Arena Civica di Milano ed organizzato dalla Althea (azienda leader nel settore dei sughi pronti ed odierno sponsor di Libera, ndr) che prevedeva una gara tra gli Italian Classics (gli ex azzurri del rugby) e la New Zealand Selection (gli omologhi neozelandesi). Ci fu chiesto di aprire l’evento con una partita tra noi ed una selezione di rugbisti di Milano. Una grande emozione, gli spalti dell’Arena pieni di pubblico, la possibilità di fare il terzo tempo con questi mostri sacri, fino alla copertina ed al servizio che Sportweek ci dedicò sulle ali del grande consenso che la nostra partecipazione all’happening suscitò. Quando uscì la copertina si scatenò un putiferio: risonanza pazzesca, siamo stati citati in notiziari sudamericani, asiatici, statunitensi, ci sono arrivate valanghe di commenti, positivi e negativi, attacchi, difese che ci hanno fato comprendere come, forse per la prima volta, la tematica omosessuale era andata ad occupare uno spazio storicamente maschile ed eterosessuale qual è quello di una rivista di sport. I critici ci rimproverarono di aver “invaso il campo”, accusando la copertina di volgarità (la foto raffigurava due giocatori di Libera, compagni nella vita, in tenuta da gara e immortalati in un bacio, ndr), tutte cose che fanno sorridere perché normalmente le riviste, e non solo quelle sportive, abbondano di donne seminude che rimandano un’immagine, se vogliamo, realmente più degradante di due uomini che si baciano”.

Dove vi allenate e come si compone la vostra agenda sportiva?

“Ci alleniamo sui campi dell’ex Cinodromo di Roma, coadiuvati dai quadri tecnici della squadra degli All Reds (storica realtà del rugby romano, ndr). Giochiamo piuttosto spesso e, per così dire, su due circuiti diversi: uno nazionale, ed in particolare a livello regionale, non potendo ancora pensare ad accedere il livello minimo del rugby federale che è la Serie C. Per dare continuità ai nostri allenamenti, abbiamo preso accordi con diverse squadre della regione (otto al momento, ndr) con cui gettare le basi di un vero e proprio torneo. Il secondo circuito è quello internazionale, in cui organizziamo gare amichevoli con altre squadre gay friendly o inclusive straniere oppure partecipiamo ad eventi internazionali che, con cadenza definita, vengono organizzati nel circuito. A fine aprile saremo a Madrid a rappresentare l’Italia ai campionati europei del rugby gay friendly ( o Union Cup. ndr), mentre nel 2015 già partecipammo alla prima edizione che si tenne a Bruxelles, fino ad arrivare ai campionati mondiali o Bingham Cup (dedicati alla memoria del rugbysta gay americano Marc Bingham morto l’Undici Settembre a bordo del volo United 93, dove fomentò la ribellione degli altri passeggeri sottraendo il controllo dell’aereo ai terroristi ed immolandosi precipitando nei boschi di Shanksville, ndr) che si terranno nel 2018 ad Amsterdam. La concorrenza sarà durissima in entrambe le competizioni, ma noi vogliamo imparare dai migliori”.

Verrebbe dunque da dire: finché c’è rugby c’è speranza di poter pensare all’altro solo come individuo, tralasciando il suo orientamento sessuale?

“Io dico di si e dico che stiamo lavorando per questo anche sugli altri sport; abbiamo dei progetti importanti a cui stiamo dando tutta la nostra passione e tra qualche settimana potrò dirti di più, ma al momento preferisco mantenere uno stretto riserbo. Il calcio sarà forse l’ultima frontiera anche se il percorso sarà irreversibile, grazie ad un ricambio generazionale inevitabile e ad una maggiore dimestichezza con la tematica dell’ambiente stesso, basti pensare che alcuni sponsor di fama mondiale non hanno più problemi a mantenere i contratti in caso di coming out dei vari atleti. In Italia purtroppo c’è ancora molto da fare, però anche da noi il cambiamento è in atto, ineluttabile ed inevitabile”.

Dove sarà Libera tra dieci anni?

“Dal punto di vista sportivo, spero che Libera giocherà in un campionato nazionale, come una squadra di categoria. Guardando alla “missione” di Libera, spero che non saremo più gli unici in Italia. Aggiungo inoltre quello che spesso diciamo con i compagni di squadra, che la nostra è l’unica squadra che ha come obiettivo quello per cui non servano più altre Libera. Ci vorrà tempo e fatica, ma ci riusciremo”.