Le poesie bruciate

Il progetto dell’IIS ‘Luigi Savoia’ – Chieti, per il contest ‘Percorsi di legalità’.


DESCRIZIONE: testo narrativo ispirato all’ art. 11 della Costituzione italiana.
Di Elisabetta Di Cristofaro, IV A LSA


Non passa giorno in cui io non mi domandi:

Cosa mi dava più fastidio all’epoca”?

Il continuo via vai delle persone fuggite dalla loro città natale, che passavano per Kabul con l’intenzione di raggiungere il mare? O forse gli abusi che i talebani esercitavano su noi donne? Il suono acuto, come d’un sibilo, provocato dalle bombe e dai missili? Le continue grida dei miei genitori, sempre indecisi se cambiare casa o meno? Possibile, perché io non volevo lasciare la mia casa ed i miei amici, anche se la maggior parte di loro era già andata via. Mi dava fastidio, più di tutte le cose, la censura musicale. Mio padre mi ricordava sempre che la cultura degli afghani aveva alle spalle un ricco patrimonio musicale e mi aveva insegnato a suonare il vecchio pianoforte a muro che tenevamo nel seminterrato. Era un uomo di grande cultura. Aveva conservato, fin da giovane, tutti i cd dei suoi cantanti preferiti, le poesie ed i testi di scuola delle superiori, il suo adorato grammofono. Da piccola mi leggeva sempre le lettere che aveva scritto a mamma dopo che si erano conosciuti e mi insegnava a scrivere.

Quando sono arrivati i talebani in casa nostra per sequestrare i dischi, bruciare i libri e le poesie e dar fuoco al pianoforte, mio padre è rimasto lì a guardare, impotente, ben consapevole dello sguardo attento dei talebani. Era riuscito, però, a salvare un libro di storia, alcune delle sue poesie preferite ed una ventina di cd musicali. Mia madre era spaventatissima all’idea che qualcuno lo avrebbe potuto scoprire perché i vicini di casa, ultimamente, facevano la spia. I divieti per noi donne afghane arrivarono qualche mese dopo. Non mi era concesso studiare nè possedere alcun genere di materiale scolastico; non potevo uscire di casa senza essere accompagnata da un familiare e dovevo sempre indossare un velo per coprire il volto (mentre mia madre era coperta della testa ai piedi). In famiglia, adesso, lavorava solo mio padre, poiché alle donne era vietato anche lavorare. Mio padre era furibondo. Diceva che i talebani avevano messo tutti questi divieti per impedire a noi afghani di avere propri pensieri ed idee, riducendoci a persone tristi, incapaci di pensare e di agire, di affermare i nostri diritti e le opinioni personali.

Lungo la parte periferica della città di Kabul alcuni venditori ambulanti trafficavano, abusivamente, le merci più svariate: dischi, mobili, film, libri, poesie e strumenti musicali. Tra di loro c’era anche mio padre. Aveva una bancarella che condivideva con un suo amico ed insieme vendevano gli oggetti che erano riusciti a salvare dalle incursioni dei talebani. Non capivo, però, perché i militari non arrestassero tutti gli “improvvisati” mercanti. Eppure avevano avuto diverse soffiate sulle identità dei venditori! Avrebbero potuto facilmente rintracciarli nelle loro abitazioni ed arrestarli, come avevano già fatto in passato. Il motivo per cui i talebani non intervenivano lo capii ben presto, quando arrivò a casa una lettera in cui veniva spiegato che era stata sganciata una bomba sulla zona dei mercatini e che nessun venditore era sopravvissuto. Fu un fatto terribile, mai accaduto prima di allora, che, però, si sarebbe ripetuto moltissime volte in futuro. Dal quel momento, infatti, caddero numerose bombe sui tetti delle nostre abitazioni.

Mia madre ed io rimanemmo senza un soldo e fummo costrette a fare una scelta molto pericolosa: abbandonare la nostra casa. Non avevamo più un luogo dove proteggerci dai talebani; però, almeno, nessuna casa ci sarebbe crollata addosso! Decisamente era una magra consolazione. Iniziammo a chiedere l’elemosina, come se ci fosse qualcuno, in questa città, in grado di aiutarci, non ancora ridotto ad una condizione di povertà, spogliato di tutti i suoi beni ed ideali. Molte persone in Afghanistan pensavano che i talebani sarebbero riusciti a creare una società migliore, limitando al massimo la presenza di noi donne nelle strade delle città, distruggendo tutte le fonti di istruzione. Ci avevano sottomessi alla loro volontà, col terrore o inculcando nelle persone opinioni sbagliate e falsi ideali. Ma, per fortuna, non riuscirono mai ad eliminare completamente il nostro senso critico e la dignità personale, custodita gelosamente in ognuno di noi.

Mia madre venne uccisa da un talebano, che passava per la strada in cui chiedevamo la carità. Disse che le donne non potevano stare da sole per le strade ad elemosinare, come se, in qualche modo, quel comportamento fosse irrispettoso. Balle! La nostra dignità l’avevamo già persa molto tempo prima e di certo stare sedute a terra non ci sembrava irrispettoso quanto, piuttosto, umiliante. Ma la nostra opinione non contava. Mia madre venne presa a bastonate; il suo esile corpo non resse tutti quei colpi e, quando si accasciò a terra, capii subito che per lei non c’era più niente da fare. L’impietoso talebano stava per prendersela anche con me. Per fortuna sopraggiunse un soldato americano, che lo colpì ripetutamente. Cadde, anche lui morto, accanto a mia madre, che cercavo di raggiungere. Il soldato me lo impedì. Mi disse che dovevamo fuggire in fretta, prima dell’arrivo dei compagni dell’uomo morto. Non capii; ero troppo scossa dalla morte di mia madre. L’unica cosa che mi fu subito chiara nella mente era che, ormai, ero divenuta orfana. Il soldato mi portò via da quella terra di guerra ed orrori, lontana da tutta quella distruzione ma anche da ciò che avevo di più caro. Andammo insieme a Trieste, dove si trovava una base militare americana. Impiegai pochissimo tempo a notare che le differenze con l’Afghanistan erano moltissime: l’aria lì profumava di sale, per la presenza del mare, e non di fumo; la città non era distrutta, ma, invece, bellissima; le persone erano gentilissime ed ospitali, ma probabilmente ignoravano tutti gli orrori che stavano avvenendo nella mia terra; non dovevo più sopportare i sibili dei razzi. La cosa che più mi colpì fu il vedere che l’istruzione era non solo legale, ma anche promossa fra i ragazzi. Esistevano, addirittura, negozi che vendevano libri e poesie. Imparai, per le strade di Trieste, che esistevano moltissimi tipi di musica e le persone erano libere di suonare e cantare dove volevano. Patrick, il soldato, mi iscrisse ad una scuola pubblica e lì riuscii a farmi nuovi amici. Continuai per molti anni ad avere incubi spaventosi sulla mia vita in Afghanistan, non riuscendo mai a dormire.

E anche adesso, a distanza di tanti anni, mi ritrovo in piedi di notte a chiedermi:

Cos’è che mi dà più fastidio”?

Penso, finalmente, di saperlo, ora: ho paura che gli ideali che mio padre ha sempre cercato di insegnarmi e che i talebani hanno provato ad annientare possano un giorno scomparire in me del tutto. Ho terrore che anche in questo Paese possa arrivare una guerra terribile, che mi costringa a rivivere il mio passato, un’altra volta.

Autore: Redazione Diregiovani
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