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Al buio

 

Vedevo tutto nero. Benché cercassi la luce, non la trovavo. Ogni volta che la cercavo, non trovavo niente se non sempre più oscurità.
Combatttevo con lei ma non riuscivo mai a vincere: mi buttavo sempre più giù, come se non ci fosse una fine.
Un vortice di oscurità vinceva sempre su di me e mi buttava sempre più in un pozzo profondo, ma così profondo da non avere una fine. E continuava a buttarmi come un oggetto sempre più giù, ogni spiraglio di luce che mi si presentava davanti durava un attimo e subito spariva nel buio.
Chiunque tentasse di fare luce sembrava sparire come per magia. Ed era una magia che aveva le mani lunghe, cosi lunghe che prendeva tutto. Mi rubava tutto senza lasciarmi niente, mi rubava tutto in silenzio senza che io me ne potessi accorgere .
Mai una sola volta che io potessi derubarla senza che se ne accorgesse e ogni volta che tentavo di derubarla, lei mi diceva che ero lenta, troppo lenta per i suoi gusti e lei continuava a mandarmi nero nell’anima fin dal giorno in cui ero nata.
Il nero che avevo nell’anima non era visibile.
Ad alcune sembrava che avesse ancora i colori nell’anima ma in realtà il nero mi pervadeva dentro.
Il nero e i colori erano in una eterna lotta senza un vincitore quindi io vivevo in due mondi: uno colorato e vivace, dove ero allegra e spensierata, l’altro era nero e pieno di insicurezza e pieno di paura di sbagliare. Nel mondo nero passava un vortice che quando passava mi faceva sentire un’estranea.
Certe volte questo nero diventava colorato facendomi sentire tutta la mia diversità rispetto ai miei compagni di classe.
Vedevo, capivo e risolvevo le cose in modo diverso e mi piaceva.
Era uno strano vortice che mi seguiva sempre e ogni momento fin dal mio primo secondo sulla Terra, però mi stava facendo letteralmente impazzire: ero felice, ero depressa, ero triste.
Dentro di me sembrava che ci fosse ogni stato d’animo e ciò mi destabillizzava.
Questo strano vortice era riassunto in poche pagine di una relazione al presidio di via d’Annunzio.
Il vortice mi perseguitava e ci dovevo convivere fino al mio ultimo respiro.
Certe persone la definivano una malattia ma a me dava un fastidio tremendo: non era una malattia, sono disturbi, difficoltà, caratteristiche. Era peggio ancora se ti consideravano una malata di mente, quello era il fondo, così ci si sentiva peggio di qualunque pazzo che è passato per Poggio Sereno.
Mi arrabbiavo quando tentavano di capire e non capivano.
Questa qui è la mia seconda seconda e strana maschera. Si chiama dislessia.

Costanza Lonari
Classe 3A – Scuola Secondaria di 1° grado “Pieraccini” di Firenze