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L.O.

 

Era una sera come tutte le altre. Come sempre attraversavo in bici il ponte per arrivare ad una stradina sterrata che portava ad una casetta, la mia. La borsa del calcio mi pesava tantissimo e poi la sbucciatura sulla coscia mi bruciava… ma cosa mi era saltato in mente di entrare in scivolata su quel pallone? Gli avversari avevano fatto goal e per noi il campionato era finito prima di cominciare!
Ero a metà strada, mi sembrava di sentire quasi il profumo delle polpette di mamma, quando frenai di botto e vidi un uomo incappucciato venirmi incontro. La nebbia lo avvolgeva come se avesse avuto un lungo mantello: era alto e robusto, i tratti del viso non riuscivo ancora a distinguerli ma notai che in mano teneva un arnese; in un attimo mi vennero in mente i film gialli che la nonna ama guardare e che ogni tanto mi fermo con lei a commentare.
Quando fummo più vicini, riuscii a distinguere meglio: era una pistola quella che aveva in mano… Mi sentii il fiato in gola dalla paura, non sapevo se lanciarmi in una folle corsa verso casa o lanciare la bicicletta nel fosso e nascondermi; ero curioso di sapere cosa volesse fare e così mi misi dietro un cespuglio per scrutare dove andasse.
Non mi aveva visto, ne ero sicuro perché aveva un’andatura calma e non circospetta, ma poi si sentì un fischio squarciare la nebbia e di colpo, come se volesse depistare o scappare da chissà chi, svoltò di scatto a destra e cominciò a correre furiosamente verso una torre medievale nascosta dalla folta vegetazione.
Il fischio si ripeté altre due o tre volte sempre più vicino, poi sentii dei latrati di cani, le gambe mi tremavano e il cuore sembrava una pallina impazzita tra i denti. Svenni.
Quando aprii gli occhi, mi sentivo tutto indolenzito e papà mi stava tirando dei colpetti per svegliarmi. Era stato tutto un sogno, pensai, e mi sentii sollevato. Un poliziotto mi riportò alla realtà: c’era stato un omicidio e così fui interrogato come persona a conoscenza dei fatti… fatti di cui non sapevo nulla, eccettuando il fatto che avevo visto un tizio parecchio sospetto nei paraggi! Non dissi nulla dell’uomo con la pistola, però, forse era stato tutto un’allucinazione per la fame o forse avevo semplicemente paura. Tornai finalmente a casa e mi addormentai.
Il mattino dopo mi misi subito a leggere il giornale, c’era una pagina intera sull’omicidio: un uomo era scappato di prigione e un poliziotto era morto nel tentativo di fermarlo. Descrivevano il fuggitivo come un uomo alto, robusto, barba incolta e pelato, aggressivo e soprattutto armato. L’articolo continuava parlando di L.O. che si era sempre dichiarato innocente della rapina a mano armata di cui era stato incriminato e che aveva provato più volte a scappare, questa volta ce l’aveva fatta.
Dovevo scoprire se era davvero lui quello che avevo visto ieri sera sbucarmi all’improvviso. Sarei dovuto andare alla torre per saperlo. Avevo una buona ragione per rimanere a casa e saltare scuola, dopotutto ero stato “interrogato come persona a conoscenza dei fatti”. Aspettai che tutti uscissero e, calato il silenzio, indossai un paio stivali comodi, presi un coltellaccio da cucina e un martello. Mi incamminai in direzione della torre, dovevo conoscere la verità a tutti i costi, forse L.O. era davvero innocente o forse era il pazzo criminale che descrivevano tutti. Ma cosa mi saltava in mente di andare incontro alla morte? Più volte tornai indietro e più volte corsi in avanti, finché non arrivai alla torre medievale abbandonata, spinsi la vecchia porta sui cardini arrugginiti, entrai nella penombra dell’atrio, girai dietro un angolo buio e… sbattei il muso proprio sulla pancia di chi stavo cercando. Gridai così forte, che sentii uno stormo fuori alzarsi in volo impaurito.
Lui non perse tempo, mi bloccò le gambe e in un attimo mi ritrovai per terra; provai a prendere il martello ma fu più svelto di me e con un calcio lo scagliò contro una porta. Afferrò una corda e cominciò a legarmi così forte che i polsi divennero subito rossi. Non diceva nulla, emetteva solo grugniti indecifrabili, i suoi occhi lampeggiavano come se gli passasse per la mente un’idea folle e al centro di quell’idea c’ero io.
Sentii un fruscio e subito dopo quattro uomini armati erano sopra di lui, bloccandolo e gridandogli parole forti.
La polizia, lo seppi soltanto dopo, mi aveva pedinato, non credendo ovviamente alla mia patetica testimonianza e d’accordo con i miei genitori, che avevano lasciato che li portassi direttamente al nascondiglio del fuggitivo. Tutto è bene quel che finisce bene, fatta eccezione che sarò in punizione per un lunghissimo mese e dovrò accontentarmi di guardare la tv con la nonna!

Michelangelo Toti
Classe 1E – Scuola Secondaria di primo grado “Puccini” di Firenze