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Non è Natale senza un pizzico di magia

 

Era il 24 settembre del 99′, e a Wederburry il vento soffiava come non mai. Non era rimasto più nessuno in città, erano partiti tutti per le vacanze di Natale. Tutti tranne me. Ormai non festeggiavo più il Natale da anni. Era inutile, non avevo più nessuno in vita, e un Natale senza famiglia non è un Natale… Poi non potevo permettermi un viaggio, i soldi non bastavano per il cibo, figuriamoci per una vacanza! Insomma, quello che si prospettava era un Natale atipico. Uno schifo.
O almeno sarebbe stato così, se non fosse arrivato lui…
Non avevo mai incontrato un ragazzo come lui, non lo so, aveva qualcosa di speciale. Qualcosa che non si può spiegare, e che puoi capire solo se te lo ritrovi davanti.
Il vento soffiava e portava con sé tutto ciò che trovava. E ha portato anche lui. Quando sentii bussare alla porta, mi spaventai, non aspettavo nessuno e mi sembrava strano che qualcuno arrivasse in paese proprio alla vigilia di Natale…
Aspettavo di trovarmi davanti una vecchia mendicante, ma invece no.
Era solo un bambino.
Un piccolo bambino biondo e con gli occhi azzurri, con uno sguardo dolce e impaurito e tanto, tanto infreddolito.
Lo feci entrare in casa e gli misi una coperta sulle gracili spalle. Poi gli portai una tazza di tè caldo. Non avevo altro, sennò glielo avrei dato. Quella sera dialogammo tutto il tempo. Il piccolo bambino mi raccontò che era venuto da lontano e che si era perso. Gli chiesi come mai fosse venuto proprio qui, in questo piccolo paese, ma non mi rispose, cambiò argomento. Mi disse che veniva da un luogo dove non c’erano guerre e non c’era povertà, un luogo dove splendeva sempre sempre il sole e dove la notte era costellata da stelle. Mi raccontò anche perché nel suo paese c’era tutta questa pace. Mi raccontò di una grande guerra, di alberi di impiccati e di bambini e anziani morti. Di bombe, di esplosioni e di sofferenza. Ma poi era tutto finito, mi disse. Non sapevo se credergli o no, ma mi fidai, tanto non avevo nulla da perdere. Finì così quella conversazione, quella sera. Il piccolo bambino si addormentò, e io, dopo essermi assicurata di aver spento tutte le candele, feci lo stesso. La mattina dopo la passammo insieme, tra giochi da tavolo e pupazzi di neve. Non mi ero mai divertita così tanto da quando era morta la mia famiglia. Ancora adesso, quando ci ripenso, mi viene da piangere. Loro erano tutto quello che avevo. E li ho persi.
Ma basta parlarne, fa male. E non immaginate quanto.
Il giorno dopo il bimbo angelico ed io andammo a trovar funghi nel bosco, il cibo scarseggiava e avevamo bisogno di rifornimenti. Ora voi vi starete chiedendo, come mai nessuno era venuto a riprendersi quel bambino? Semplice: era orfano, proprio come me, e non potevo lasciarlo da solo. Non potevo e non volevo.
– Beatrix – mi disse – quanti anni hai tu? –
Era una domanda difficile, non contavo la mia età ormai da anni…
– Non lo so –
– Perché non lo sai?-mi disse allora lui.
-Perché ho smesso di contarli, e perché l’età è solo un numero, non rispecchia veramente la tua maturità –
– Allora quanti anni credi di avere? –
Ci pensai su, alla fine non era una cattiva idea immaginarsi la propria età!
– Credo di averne diciassette –
Alla fine diciassette è un’età fantastica, non sei né adulto né bambino, quindi sei più maturo di un bimbo e più forte di un adulto, geniale, insomma!
Ma a quel punto ero curiosa, perché mai me lo aveva chiesto? Volevo domandarglielo ma eravamo arrivati a casa ormai, e non potevamo sprecare il tempo in chiacchiere…
Quella sera mangiammo pane e funghi, fantastico, no?
Non mangiavo funghi da una vita ormai, di solito mamma li faceva saltati in padella con il prezzemolo oppure accompagnati dall’uovo.
Ma mai da soli. Non le piaceva la solitudine, non sopportava neanche di vederla con il cibo. All’inizio pensavo fosse stupido, insomma, accompagnava tutto con qualcosa! Ma poi ho capito quanto aveva ragione. Da soli tutto diventa più brutto. Un tramonto sul mare, una scampagnata, un viaggio, tutto da soli diventava improvvisamente più brutto. Anche la più brutta delle tempeste diventava meno triste con accanto chi ami.
E i giorni passarono così, tra scampagnate e domande.
Quei giorni, quelle settimane, quei mesi passarono così in fretta che quando arrivò l’inverno rimasi sconvolta. Non avevo abbastanza cibo da farmelo bastare per tre lunghi mesi! Come avremmo fatto a sopravvivere in due?!
Fu allora, proprio alla vigilia di un gelido Natale, che mi accorsi quanto fosse speciale quel bimbo.
– Qualcosa ti turba, Beatrix? – mi domandò – Se vuoi, ti posso aiutare io –
– Grazie – risposi – ma non credo tu riesca a far comparire abbastanza cibo per entrambi da far bastare per questi mesi –
Ero completamente e irrecuperabilmente giù di morale. Soltanto un miracolo sarebbe riuscito a farmi sorridere, ma i miracoli non esistono e quindi razionalmente parlando, non c’era nulla che avrebbe rallegrato la mia giornata.
– Ho degli amici che vivono non lontano di qui, potrebbero aiutarci loro,sicuramente hanno cibo a sufficienza da sfamarci –
Ero allibita, aveva degli amici e non era andato da loro?! Insomma, sì, mi aveva fatto compagnia per questi mesi, ma avevo dovuto sfamarlo! Oltretutto non era neanche poco goloso, contate che si era ripulito un’intera biscottiera in pressappoco due giorni…!
– Va bene, andiamoci. –
Ormai non avevo nulla da perdere, saremmo morti di fame comunque, tanto valeva tentare…
La mattina dopo eravamo già a metà strada, non ci eravamo neanche fermati per riposare per non perdere tempo.
– Cosa fai lì impalato?! – il bambino si era infatti fermato pochi passi dietro di me – Dobbiamo sbrigarci, sta incominciando a nevicare, se non vogliamo morire di freddo stanotte dobbiamo raggiungere l’abitazione dei tuoi amici prima che il sole tramonti. –
Ma nulla, lui non si muoveva, sembrava che non respirasse nemmeno. Non conoscevo nessuno che sapesse stare immobile come lui, quando si fermava era come se anche tutto il mondo si fermasse. Era una sensazione strana e abbastanza inquietante, ma piacevole.
– Siamo arrivati – sillabò – la casa è qui. –
Mi avvicinai a lui per osservare dove fosse l’abitazione, ma non vidi nulla.
– Ma qui non c’è nulla! – gli risposi, ero abbastanza stufa di tutti quelle sue pause – Per favore, proseguiamo… –
– No, è qui –
Mi lasciò con quelle parole. Infatti appena le ebbe pronunciate, scomparve. Per un momento pensai fosse una mia allucinazione dovuta alla fame, ma non lo rividi più. Lì per lì ci rimasi malissimo, il bambino che avevo accolto in casa mia per un’intera stagione mi aveva abbandonato in mezzo alla foresta, lontana da casa e senza un briciolo di speranza che potessi sopravvivere.
La neve cadeva lenta davnti a me e portava via tutto con sé. E non c’era più da fare.
Stremata, ormai, mi fermai sotto una vecchia quercia e la notte si chiuse su di me.
Mi svegliai che ero dinanzi ad una scuola, una enorme scuola.
Poi vidi quella miriade di ragazzi a cavallo di stravaganti scope e tutti quegli animali misteriosi e leggendari.
Mi si avvicinò un ragazzo molto alto, avrà avuto all’incirca sedici anni.
– Benvenuta alla scuola di maghi, Beatrix – mi disse.
Poi si allontanò lasciandomi perplessa.
Cosa significava? E come mai sapeva il mio nome?
Poi capii….
Era lui. Lo stesso che avevo accolto in casa mia per tutti quei mesi. Era il bambino biondo.
Ma ancora non riuscivo a spiegarmi perché mi avesse portato lì…
Cosa c’entravo io con loro? Ero solo una babbana!
Ma non volevo concentrarmi su questo….
Di una cosa ero certa: sarebbe stato un Natale diverso quello, un Natale da maghi.

Beatrice Nicastro
Classe 2B – Scuola Secondaria di 1° grado “Pieraccini” di Firenze