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Oltre lo specchio

 

Ero sola in quella stanza da anni ma nessuno aveva mai fatto caso a me. Avevo sempre vissuto nella polvere e nelle canfrusaglie ormai manomesse di quel vecchio magazzino. E restavo lì. Per qualche strano motivo, di cui ancora non ero venuta a conoscenza. Ma, forse, sapevo perché non me ne andavo: non avevo nessuno che sarebbe venuto a cercarmi, non mancavo a nessuno. Questo perché, in Cornovaglia, dove vivevo prima, non avevo legato con nessun essere umano, preferivo parlare ai miei amici immaginari, perfino alle piante: non sono mai stato un tipo socievole, io. Passavo ogni giorno, ogni notte in quel magazzino, e osservavo tutto ciò che accadeva fuori da una vetrata all’altezza del suolo. Non succedeva mai niente fuori dall’ordinario, almeno fino a quella notte, sì, fu quella notte che tutto subì un tragico sconvolgimento. Erano le mezzanotte e tre quarti, lo sapevo grazie al ripetuto scricchiolio delle lancette di un polveroso orologio che mi sforzavo di tenere in efficienza. Guardavo fuori, come sempre. La luna illuminava il prato, che era diventato giallo perché nessuno lo accudiva da anni, ormai. I rami degli alberi riflettevano forme scheletriche sul cupo giardino intorno, come le mani di un bambino riflesse sul muro, ma molto più inquietanti. Udii il fruscio di un cumulo di foglie in lontananza agitate dal vento. Si avvicinava quel fruscio. Si fece più vicino. Sempre più vicino. E poi più vicino ancora, tanto che mi sembrava di sentire le foglie secche che mi vibravano nelle orecchie. Osservavo il cielo: era così cupo, ma ingombro di nubi. Di lì a poco, sarebbe scoppiato un temporale. E, improvvisamente, quel cielo scuro fu illuminato da uno lampo accecante. E poi ne segui un altro. E un altro ancora. E infine tutto si trasformò in una tragica tempesta. Caddero al suolo vari alberi. Il prato si riempì d’acqua, e sembrava un piccolo ruscello. E all’improvviso vidi la sagoma scura di un albero precipitare, spezzato dal vento che infuriava, in direzione del tetto che avevo sopra la testa. Sentii lo scricchiolio dei vetri della finestra, ma la parete resse al terribile urto. Mi sentivo vuota. Mi sembrava di non esistere più. Non sapevo dov’ero, se avessi un’anima, se fossi sempre me stessa. Ma poi, tutto d’un tratto, capii dove ero finita. Nello specchio polveroso dove mi specchiavo sempre per osservare il mio aspetto inquietante. E lì, in quello specchio, mi vidi passare in un attimo una miriade di immagini. Ero io. Ero sempre io. Erano tutte le volte che mi ero specchiata in quegli anni, distrattamente, normalmente, in quello specchio male in arnese. Ma non solo… Ad un tratto vidi una scritta nel vuoto in cui ero imprigionata, mi sembrava di sentirla nella mente: “Solo chi si specchia può salvarti. Ma sappi che poi prenderai il suo aspetto”. Avevo capito tutto, ormai: sarei stata libera solo se qualcuno si fosse specchiato nella mia prigione trasparente, e poi avrei assunto il suo aspetto. Ma chi mai si sarebbe specchiato in quel magazzino perso nel nulla? E così aspettai, attesi una libertà che forse non sarebbe arrivata mai, attesi finché persi il senso del tempo, disperando sempre più di tornare fuori. Poi un giorno, all’improvviso accadde: sentii lo sbattere di una porta. Il gelido rumore di alcuni passi. L’irripetuto modo affannato di respirare di qualcuno. E poi, qualcuno davanti allo specchio. Non aveva volto, però. Non era fatto di materia. Ma si specchiò comunque. Scoprii di chi si trattava all’istante: non fui libera neanche per l’esile spazio di un secondo. Ero già morta. E forse nessuno l’avrebbe mai saputo …

Emma Boschi
Classe 3B – Scuola Secondaria di primo grado “Puccini” di Firenze