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Noi umani siamo ormai diventati “super-sleeper”…

 

Non solo i pollici opponibili, pure il sonno ci fa distinguere nel mondo animale. Gli esseri umani sono, infatti, tra i mammiferi che dormono di meno: ci battono solo giraffe, elefanti e pochi altri. Già, per ogni essere umano la media è di circa sette ore a notte, contro le undici degli scimpanzé, per fare un esempio vicino a noi nella scala dell’evoluzione. Ma, a differenza di ciò che verrebbe da pensare, non dobbiamo assolutamente preoccuparci perché, a fronte di una quantità oggettivamente minore, corrisponde una maggiore qualità. In altre parole abbiamo un sonno più profondo e più “riposante”. Lo suggerisce uno studio di due scienziati della Duke University: David Samson e Charlie Nunn. I due scienziati hanno diviso in due fasi la ricerca. Nella prima hanno compilato un database sulle abitudini notturne di centinaia di mammiferi, incluse 21 specie di primati – partendo dall’orangotango e passando per i babbuini, i lemuri, e toccando infine l’uomo -. Il risultato è stato quello di verificare che, rispetto ai nostri simili, passiamo molto meno tempo a dormire. Nella seconda fase, gli scienziati hanno analizzato la qualità del sonno, e c’è stata una “sorpresa”… infatti hanno scoperto che noi trascorriamo una parte minore del nostro tempo in condizioni di sonno leggero e una maggiore in quelle di sonno pesante. La cosiddetta fase REM (rapid eye movement), cioè la fase caratterizzata dai sogni in cui si consolida la nostra memoria e nella quale vengono cancellate le informazioni superflue, costituisce il 25% nei nostri pisolini. Mentre, in molti primati, costituisce a malapena il 5%. L’antropologo David Samson a questo proposito ha affermato che gli uomini sono unici nell’avere un sonno, seppur maggiormente breve, di qualità migliore.
La domanda che sorge è questa: “Perché ci siamo evoluti in questo modo?”. Secondo i professori della Duke, lo sviluppo è avvenuto molto prima della sovraesposizione a luci artificiali di smartphone e co. che caratterizza il mondo d’oggi e che si tende ad “incolpare” per i problemi nel dormire, come dimostrerebbe una precedente ricerca condotta su tre società di cacciatori e agricoltori della Namibia, della Tanzania e della Bolivia, che dormono persino meno di noi. Infatti, come afferma sempre Samson, se l’illuminazione e altri aspetti della vita odierna fossero i soli responsabili, ci si potrebbe aspettare che le comunità che vivono senza accesso all’elettricità riposino di più e invece non è così. I ricercatori hanno individuato il fattore che ha provocato il mutamento tornando indietro nel tempo, più precisamente a quando abbiamo smesso di dormire sugli alberi e finito per dormire con i piedi per terra. L’opportunità di addormentarsi vicino al fuoco e in grandi gruppi, in modo da rimanere al caldo e allontanare i predatori, avrebbe permesso ai primi uomini di prendere il meglio dal sonno nel minor tempo possibile, differenziandosi, così, dai loro predecessori. Il beneficio sembra essere stato duplice: un riposo più breve potrebbe aver consentito periodi di maggiori attività in cui trasmettere abilità e conoscenze. La miglior qualità, invece, potrebbe essere stata importantissima per il consolidamento di tali abilità, portando ad uno sviluppo cognitivo. Sono ipotesi plausibili, ma non mancanti di pecche, le quali sono state evidenziate da Akshat Rathi, che ha ripreso lo studio di Duke. Akshat afferma infatti che, se il sonno più breve ma più profondo è il risultato del dormire in gruppi e relativamente al sicuro dei predatori, ci sono animaletti, ad esempio i lemuri, che per le loro piccole dimensioni potrebbero riposare tranquillamente e al riparo dei predatori negli incavi degli alberi, che dormono veramente ma veramente tanto. E ci sono mammiferi, ad esempio l’ornitorinco, che ci battono sulla lunghezza della fase REM. Rathi ha concluso però, che è stato proprio il dormire meno ore che ha aumentato le nostre chance di dominare il pianeta.

Laura Cappelli
Classe 1B – Liceo Classico “Galileo” di Firenze