Umberto Eco e il petaloso

Se Umberto Eco avesse saputo della notizia dell’introduzione nel vocabolario italiano della parola “petaloso”, inventata da un bambino delle elementari, la avrebbe accettata sicuramente con entusiasmo, perché nello studio della lingua italiana, di cui è stato uno dei più grandi studiosi, Eco usava un approccio giocoso alla parola e ai mille significati che essa può assumere. Purtroppo, però, Umberto Eco ci ha lasciati il 19 febbraio scorso, prima di poter conoscere quella parola. Nato ad Alessandria il 5 gennaio 1932,  è stato un grandissimo studioso di semiotica, estetica medievale, linguistica e filosofia, un giornalista, un intellettuale che ha condizionato la cultura degli ultimi cinquant’anni, ma anche uno scrittore molto famoso, il cui primo romanzo, “Il nome della rosa”, è stato un successo mondiale, tradotto in 47 lingue e venduto in trenta milioni di copie. Era un uomo coltissimo, ma non ostentava la sua cultura, anzi: lo si capiva da molte cose, non soltanto dall’ironia e dalla disponibilità che metteva nel fare di ogni lezione una specie di spettacolo, ma anche e soprattutto dall’impegno e dall’umiltà che metteva nello studio. Era appassionato di enigmistica, di fumetti, di internet. Per lui il linguaggio era una specie di gioco matematico. Questo aspetto giocoso in lui era sempre presente, anche nelle sue seguitissime lezioni universitarie: il doppio senso, l’anagramma, la parola nella parola…che potrebbero sembrare superficiali, ma che per lui rappresentavano un modo per fare cultura senza mettere in campo grandi erudizioni. Per questo penso proprio che la parola “petaloso” lo avrebbe entusiasmato.

CAROLINA BERSANI PRIMA A
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