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Videogames: un mondo sempre più ricco di soldi ma povero di idee

 

Videogiochi. È un mondo che smuove un miliardo di euro solo in Italia, sebbene, spesso e volentieri, venga considerato poco o nulla, e in continua evoluzione grazie alle nuove tecnologie riguardanti la realtà virtuale (si veda il visore Oculus Rift, per esempio), che contribuiscono ad immergere sempre di più il giocatore nel videogioco. L’ambiente videoludico frutta moltissimo alle case che pubblicano i giochi; ogni anno, alla mostra E3 di Los Angeles i produttori di console si sfidano con nuovi contenuti e design sempre più innovativi ma, e qui c’è un enorme ma, tutta questa apparente meraviglia è vana visto che non ci sono più idee. Nel mondo delle console, il solito manipolo di case produttrici ripropina sempre i soliti giochi, modificandone un pochino l’aspetto grafico, ma senza cambiare effettivamente la sostanza. Sono sempre i soliti titoli quelli più venduti: FIFA (che già criticai, in un articolo passato, proprio per questo motivo), Call of Duty e Assassin’s Creed. Tutte serie già oramai tiratissime per i capelli, che fruttano soldi perché piacciono al pubblico, ma fatti ogni anno con minore cura e con bug clamorosi, che sempre più spesso richiedono aggiornamenti nei giorni immediatamente successivi all’uscita. Esempio e martire di questo credo videoludico fu il gioco pubblicato da Ubisoft (la stessa di Assassin’s Creed) intitolato “Watch Dogs”, annunciato come il messia dei giochi di questa ottava generazione di giochi nell’E3 del 2012, programmandone l’uscita per il 2013. A causa di alcuni ritardi fu posticipata l’uscita alla primavera del 2014; quando il gioco uscì fu un flop clamoroso, funzioni banali come le ombre dinamiche non erano state implementate, il sistema di guida era pessimo e la tanto blasonata grafica era da gioco già vecchio (ce l’ho per PlayStation 3, me lo regalarono e quindi ci ho giocato). Non bastarono gli aggiornamenti a salvare Ubisoft da questo buco nell’acqua, infatti presto il titolo è caduto nel limbo degli scaffali dell’usato. Certo, finché è un gioco, può capitare di sbagliare; questo è forse il motivo per il quale le case hanno paura di pubblicare giochi “innovativi”.
Ahimé, qualche giorno fa, la Sony, non soddisfatta delle vendite di PlayStation 4, ha dichiarato di voler creare una Play Station 4,5; ciò ha causato un terremoto nel ridente universo di internet e la mossa dei produttori giapponesi è stata bollata come una follia. Software più potente, grafica 4K e realtà virtuale! Feroci proteste sono partite dai “consolari”, che hanno visto la valutazione del loro pezzo di plastica giradischi precipitare miseramente, mentre grasse risate sono partite dai PC gamers, che, nonostante abbiano speso due stipendi dei genitori per il loro computer, possono già avere questi miglioramenti senza cambiare completamente il loro terminale ed anzi, grazie alla piattaforma dello Zio Gabe Newell “Steam”, non hanno più bisogno di negozi, offrendo un servizio multiplayer a prezzi irrisori e con forti sconti, annichilendo la pirateria videoludica e consentendo ai produttori indipendenti di vendere i loro videogiochi cosiddetti “indie”. Ma qui, oramai, non si centra più il bersaglio, facendo sfoggio delle proprie prestazioni coi concorrenti, ma offrendo al videogiocatore un freddo pezzo di plastica, che sarà da cambiare entro qualche anno. Non vogliatemi male se preferirò giocare alla mia Play Station 2 piuttosto che prendere la solita fregatura, che fa da skype, tv, caffè e alle volte infradito ma che ha giochi neanche brutti, ma insipidi.

Cosimo Savelli
Classe 3E – Liceo Classico Statale “Galileo” di Firenze