L'acqua nel casco ferma la 'passeggiata', stop a Parmitano dopo 92 minuti

L’acqua nel casco ferma la ‘passeggiata’, stop a Parmitano dopo 92 minuti

Tutto è cominciato da quella sensazione di avere la nuca bagnata. Poteva essere sudore, invece, in pochi minuti, il casco della tuta dell’astronauta italiano Luca Parmitano si è riempito d’acqua. Un litro, forse un litro e mezzo, che ha iniziato ad insidiare il naso e le orecchie di Parmitano. E a quel punto la Nasa non ci ha pensato due volte: stop all’attività extraveicolare (Eva). E’ finita così, dopo 92 minuti, la seconda passeggiata spaziale del primo astronauta italiano a uscire nel vuoto.


Le cause che hanno portato l’acqua a formare delle bolle che, da dietro la testa dell’astronauta di Paternò, hanno raggiunto le orecchie rischiando di fargli perdere il contatto audio, sono ancora ignote. Quello che è certo è che qualcosa nella Extravehicular Mobility Unit
(Emu) non ha funzionato. La pesantissima tuta che gli astronauti indossano per le loro escursioni fuori dalla Stazione spaziale internazionale è una sorta di organismo. I livelli più vicini alla pelle sono composti da 85 metri di tubicini sottili, al cui interno si articola il sistema di termoregolazione e refrigerazione. Le temperature esterne oscillano tra i 100 gradi sotto zero e i +120 gradi, quindi è fondamentale intervenire sui corpi degli astronauti.
Nel dettaglio, gli strati che separano la pelle dal vuoto sono in tutto quattordici, riuniti in tre fasci. Uno costituisce il sistema refrigerante che impedisce all’astronauta di surriscaldarsi, un altro trattiene la pressione dell’aria dentro la tuta e l’altro respinge il calore del sole e protegge il corpo dall’impatto con i micrometeoriti. Nella parte anteriore è presente una drinking bag, una sacca piena d’acqua che permette agli astronauti di idratarsi durante la loro attività extraveicolare. E proprio il guasto a questa sacca è l’ipotesi avanzata dalla Nasa riguardo all’incidente capitato a Parmitano. Ma al momento la situazione è ancora enigmatica.

Inizialmente Houston ha provato a capire quale fosse il problema, ma quando è stato chiaro che l’origine del danno non si trovava, è partito subito l’ordine di rientro. Parmitano, dicono fonti dell’Agenzia spaziale italiana, non ha mai avuto problemi alla vista, perché le bolle d’acqua non sono arrivate all’altezza degli occhi. Una volta rientrato nella Stazione il collega Chris Cassidy, compagno di passeggiata spaziale, ha aiutato Parmitano a togliersi il casco. E’ stato lo stesso Parmitano a dire che quell’acqua non sembrava affatto potabile, ma aveva "un sapore strano". Oltretutto, l’astronauta ha detto di non avere richiesto acqua al sistema.

L’incidente rimane misterioso. Nelle precedenti 170 attività extraveicolari non era mai successo niente di simile. Nonostante la situazione inedita e inaspettata, Parmitano ha reagito con grande freddezza e professionalità. Ora l’attesa è per svelare cosa è successo, cosa è andato storto. In quei 92 minuti i due astronauti hanno comunque portato a termine due delle operazioni programmate. Per quelle che restano, ritenute non prioritarie, la Nasa non ha ancora comunicato quando verranno svolte e chi sarà a farlo.



Hubble cattura una luna sconosciuta di Nettuno
Si riteneva che le lune orbitanti intorno a uno dei più lontani pianeti del sistema solare fossero tredici. Invece, le immagini del telescopio spaziale Hubble svelano una quattordicesima luna intorno a Nettuno. E’ la più piccola, e finora era sfuggita alle osservazioni della sonda Voyager 2 della Nasa e non era finita nella rete dei cinque satelliti minori individuati tra il 2002 e il 2003. Ma adesso è stata scoperta da Mark Showalter del SETI Institute di Mountain View, in California, mentre studiava i deboli archi di anello, una distribuzione irregolare di materia attorno al pianeta. Così, si è accorto di un puntino bianco a oltre centomila km di distanza da Nettuno, tra le orbite delle lune Larissa e Proteo. Lo scienziato, esaminando le tante foto scattate da Hubble, ha potuto calcolare l’orbita della piccola luna, che compie una rivoluzione completa ogni 23 ore. Il nome provvisorio è S/2004 N1.

Anche il legno diventa touch
Immaginate che sia possibile toccare il legno, il vetro, l’alluminio o la plastica come se si trattasse dello schermo di un touch screen. Per renderlo possibile stanno lavorando i ricercatori della Nanyang Technological University, secondo cui è possibile farlo a basso costo. La metodica che stanno vagliando fa parte del progetto Statina (Speech Touch and Acoustic Tangible Interfaces for Next-generation Applications) e si basa sui principi della vibrazione e dell’imaging. Si tratta di un sistema imperniato su sensori di vibrazione in grado di captare i tocchi, anche leggeri, analizzando le onde sonore che si propagano all’interno di quel materiale e capendo, quindi, in quale punto è avvenuto il contatto. All’interno del sistema trovano posto anche delle web cam che seguono i movimenti delle dita e degli oggetti. Vibrazione e posizione, poi, sono elaborati tramite degli algoritmi. Tra le applicazioni possibili, cartelloni pubblicitari interattivi e lavagne digitali. 

Ricerca universitaria, Padova batte tutti
La qualità della ricerca universitaria in Italia gode di ottima salute negli atenei del Nord. Le condizioni sono eccellenti a Padova. Il Cnr, invece, arranca e viene bocciato. Sono i risultati della Valutazione della Qualità della Ricerca italiana (Vqr), prodotti attraverso la valutazione di 95 università, 12 enti di ricerca vigilati dal Miur e 26 enti ‘volontari’. Li ha presentati l’Anvur, l’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca, in poco più di un anno e mezzo. La ‘classifica’ sarà utilizzata per ripartire i fondi per gli atenei meritevoli, che, spiega il ministro dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza, ammontano a 540 milioni di euro. Oltre a Padova, Roma, tra i grandi atenei, spicca nell’area ‘scienze matematiche e informatiche’ con La Sapienza e Tor Vergata. In generale, sempre tra le grandi università, risaltano Milano Bicocca, Verona, Bologna e Pavia. Tra le medie, invece, Trento è la migliore mentre tra le piccole la prima è la Sant’Anna di Pisa. 

Tiro a segno con i pianeti lontani
L’idea è quella di sparare un proiettile alla velocità del suono per raggiungere pianeti lontani e penetrarne la superficie, con lo scopo di portare laggiù degli strumenti scientifici. La prova l’ha fatta un gruppo di ingegneri spaziali dell’University College di Londra e di Astrium UK con un proiettile d’acciaio da 20 chili sparato alla velocità del suono in un blocco di ghiaccio da 10 tonnellate. Così hanno dimostrato l’efficienza del sistema, che potrebbe essere più vantaggioso rispetto ai cosiddetti soft lander, che fanno invece un atterraggio morbido usando paracaduti. Perché questo nuovo approccio sia veramente efficiente è necessario che gli strumenti trasportati dal proiettile sopravvivano all’impatto e il test effettuato in Gran Bretagna serviva proprio a questo. Ed è andato bene.


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