Polvere di stelle

Polvere di stelle

galassia  z8_GND_5296 A guardarle da Terra le stelle sembrano una distesa sconfinata di punti luminosi, separate dal blu del cielo. Ma tuffandosi nello studio delle galassie si scopre che quello spazio in cui trovano casa milioni di stelle, in alcuni casi miliardi, è in realtà pieno di polvere. Una polvere ricca di grani di minerali presenti anche sulla Terra e che, se si condensa, può dare vita a delle nubi interstellari. Di questa polvere si conosce l’importanza, perché è un elemento di base nella formazione delle stelle. La polvere si addensa dopo un collasso gravitazionale, da cui si generano successivi stadi di aggregazione che, alla fine di un processo che può durare anche milioni di anni, danno alla luce le nuove stelle. Ma cosa c’è all’origine della polvere interstellare? Come si forma la ‘madre’ delle stelle?


La risposta arriva dal Cile. Gli scienziati hanno utilizzato la potenza del Very Large Telescope (VLT) dell’Eso, installato al Paranal, e hanno passato al vaglio tutte le fasi della nascita della polvere interstellare. E’ stato un viaggio in dieci tappe, in cui la guida è stata affidata allo spettrografo X-shooter. Al centro dell’osservazione è stata una supernova, conosciuta come SN2010jl, perché quello che gli astronomi hanno sempre saputo da quando hanno coscienza dell’esistenza della polvere è che questa derivasse proprio dalle supernove che, lo ricordiamo, segnano la fase finale della vita di una stella.
Gli astronomi hanno osservato la supernova prescelta per nove volte nei mesi successivi all’esplosione e per una decima volta 2 anni e mezzo dopo l’esplosione, a lunghezze d’onda visibili e nel vicino infrarosso.


A riportare i dati è Christa Gall, l’autrice principale dello studio, pubblicato il 9 luglio sulla rivista Nature e parzialmente consultabile su internet. E’ lei a spiegare che il primo risultato è stato quello che ha fatto capire che la polvere intorno a una supernova assorbe i diversi colori della luce. Ma la scoperta più importante è stata un’altra: i grani di polvere sono molto più grandi di quanto si fosse sempre supposto. In realtà a chi è abituato a misure umane non lo sembrano poi cosi tanto, considerando che la loro dimensione è quantificabile in poco più di un millesimo di millimetro di diametro, ma per lo spazio queste sono misure importanti. E diventano fondamentali perché è proprio grazie a questo aspetto che i grani non vanno distrutti.


La novità dello studio è però la scoperta di una formazione di polvere a due fasi. La contraddizione su cui si erano arrovellati gli scienziati era quella per cui veniva trovata molta polvere dopo l’esplosione di una supernova, ma molta meno era quella prodotta dall’esplosione stessa. Da dove vengono, allora, tutti quei grani di polvere? La convinzione è che la polvere si sia formata dal materiale liberato dalla stella nello spazio ben prima dell’esplosione. Materiale che si è poi conservato in un guscio denso e freddo di gas, in cui hanno trovato una culla miriadi di grani di polvere. Per anni, dopo l’esplosione, la polvere ha continuato a formarsi a partire da un centinaio di giorni dopo l’espulsione del materiale dalla supernova. Ed ecco spiegato il mistero della gran quantità di polvere interstellare.


I SEGNALI RADIO DI GIOVE
Le speranze di trovare forme di vita su una delle lune di Giove passano dai segnali radio. L’idea è quella di utilizzare il pianeta come trasmettitore, considerando che il gigante del Sistema solare emette segnali radio a bassa frequenza, inferiori ai 30 mega Hertz. Sono proprio quelli di cui hanno bisogno gli scienziati per effettuare una scansione di Europa, Callisto e Ganimede e valutare lo spessore della loro superficie, sotto cui potrebbe celarsi la vita extraterrestre all’interno degli oceani liquidi nascosti sotto al ghiaccio. Quale sia lo spessore del ghiaccio al momento non si sa. Si potrebbe quindi utilizzare il pianeta al posto di una sonda, con il compito di recepire la risposta radio dalle lune e quindi rendere possibile la misurazione dello strato di ghiaccio. Il progetto è del Jet Propulsion Laboratory della Nasa.

PIANETI ABITABILI, FALSO ALLARME
I segnali facevano ben sperare. Sembrava proprio che nella zona definita ‘abitabile’ della stella Gliese 581 ci fossero almeno due o tre pianeti in orbita, invece si è trattato di un errore di osservazione. La distanza a cui erano stati captati sarebbe stata ottimale per definire la possibilità che, su quei corpi celesti rocciosi, ci fosse acqua allo stato liquido. Invece, uno studio pubblicato su Science Express e condotto dalle università della Pennsylvania e di Austin, in Texas, hanno dimostrato che i segnali che erano stati associati alla presenza di pianeti nella fascia abitabile erano in realtà legati al rumore delle armoniche della rotazione della stella, che si trova nella costellazione della Bilancia a 22 anni luce dal nostro Sistema solare. Di conseguenza, i pianeti sono inesistenti.

SPACE LAUNCH SYSTEM, UN GIGANTE PER IL PIANETA ROSSO
Marte si avvicina. Proseguono incessanti i lavori della Nasa in vista della prima missione che porterà un equipaggio umano sul suolo del pianeta rosso. La creazione di un razzo gigante da 2,8 miliardi di dollari è stata affidata alla compagnia Boeing e il suo compito sarà quello di trasportare astronauti e merci dalla Stazione spaziale internazionale a Marte. Il suo nome è Space Launch System (SLS), misura 117 metri- lunghezza che lo rende tre volte più grande dei razzi attualmente in uso- e il primo volo di prova è previsto per il 2017. Come prima missione dovrà trasportare la capsula Orion, senza equipaggio. A parte la missione su Marte, si ritiene che il razzo SLS sarà molto utile in missioni di rifornimenti e trasporto esperimenti nello spazio. Il razzo nasce dalle ceneri dello Shuttle e la sua capacità di trasporto ammonta a 143 tonnellate.

LA SIESTA ALLUNGA LA VITA
Gli studiosi austriaci del Research Institute of Wildlife Ecology hanno dato una speranza di giovinezza e salute a tutti gli amanti dei sonnellini. Hanno infatti condotto uno studio sui ghiri e sul loro periodo di letargo, comparando quegli esemplari che avevano goduto di un periodo di inattività più lungo con quelli che , invece, avevano riposato meno. Il risultato è stato non solo che i primi erano avvantaggiati, ma anche che i secondi potevano ampiamente recuperare concedendosi lunghi riposi. Le evidenze dimostrano che il sonno permette, oltre al risparmio delle forze, anche il rallentamento dei processi di invecchiamento. Non solo. Nei primi anni di vita aiuta la crescita e aumenta persino le capacità riproduttive.

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