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Cultura. ‘Libri come’, Andrea Marcolongo agli studenti: amate il greco

ROMA – Un libro scritto per amore del greco, la lingua della libertà. Così Andrea Marcolongo ha descritto, a circa 500 studenti dei licei romani, la sua scelta di scrivere ‘La lingua geniale. 9 ragioni per amare il greco’ nella seconda giornata di ‘Libri Come’, la festa del Libro e della Lettura giunta alla sua ottava edizione e ospitata anche quest’anno all’Auditorium Parco della Musica di Roma. Il greco, lingua morta, che nelle parole della giovane scrittrice prende vita per esprimere un amore autentico, appassionato, fuori dai cliché dello studioso delle lettere antiche, triste e impolverato come i suoi libri. E che, come racconta Marcolongo, ha continuato a vivere non solo in parole dalle radici antiche, ma anche nei lemmi dei moderni. Nella ‘nostalgia’ degli uomini del Settecento, che la coniarono per esprimere il ‘dolore del ritorno’, ma anche nella ‘xenofobia’, la ‘paura dello straniero’, quanto mai attuale nell’Europa delle migrazioni e dei nuovi muri. Andrea Marcolongo, classe 1987, decide di partire proprio dalla parola scelta per quest’edizione di ‘Libri Come’ 2017, ‘Confini’, che in greco si dice ‘Oros’. “‘Oros’ significa ‘confine’, ma anche ‘montagna’. Per i greci quindi i confini erano le montagne”.

Radice greca anche del termine ‘orizzonte’, “la linea che divide mare e cielo, meravigliosa perché non finisce mai”. E poi un altro vocabolo, che ha a pure a che fare con i confini, soprattutto con il superarli, e che Marcolongo dice di amare molto. “‘Pontos’ è uno dei termini che i greci usavano per chiamare il mare. Tra le altre è quella che amo di più perché da questa deriva la nostra parola ‘ponte’, che indica l’oltrepassare, l’unire”. Un libro sul greco, ma anche un sulle parole. “Non so se è nato prima l’amore per il greco o l’amore per le parole. Le due cose sono andate di pari passo”. Un passo svelto, quello della Marcolongo, che percorre idealmente con i ragazzi gli ultimi quattro anni della sua vita tra Livorno e Sarajevo, non celando l’emozione. “Questo libro nasce quattro anni fa, da una domanda di un ragazzo a cui facevo ripetizioni di greco. Mi chiese: “Ma perché devo imparare a memoria i paradigmi?” Gli risposi che il greco era di fatto una lingua straniera e che dove non arriva l’intuito deve venirci in soccorso la memoria”. La domanda del ragazzo deve aver lavorato a lungo nella mente di Marcolongo, che un paio d’anni dopo riceve una proposta di pubblicazione e decide di scrivere sul suo grande amore, il greco, un lavoro che non fosse l’ennesimo manuale di regole o un saggio sulla “superiorita’” della lingua, ma solo un libro sulla sua bellezza. “Così partii e andai a scrivere a Sarajevo, la mia seconda città. Chiesi aiuto a Maria Grazia Ciani (docente di storia della filologia e della tradizione classica all’università di Padova, ndr) e ai miei ragazzi di Livorno, che mi dissero che il libro era bello. È uscito lo scorso settembre per Laterza e tra poco compierà sei mesi”.

Un successo editoriale da 80.000 copie, che ha sorpreso in molti e si è trasformato in caso letterario. E il cui segreto forse risiede nell’ambizione di parlare proprio a tutti, non solo al pubblico dei classicisti, che pure lo hanno apprezzato. Tirare fuori dalle secche un liceo classico che per alcuni pare fermo al secolo scorso? O assecondare quanti credono che resti, nonostante tutto, la scuola della classe dirigente? Marcolongo si tira fuori dalle polemiche semplicemente mostrando ammirazione per quei ragazzi che nel 2017, a dispetto dell’ossessione del formazione al servizio di un mercato del lavoro sempre piu’ stretto, hanno il coraggio di iscriversi al liceo classico per scelta. Di rispondere al “fare” dei nostri giorni veloci, con l'”essere”, che invece ha bisogno di tempo. In questo sta l’atto di coraggio, propedeutico all’incontro con il greco. “Mi piace il greco perche’ e’ una lingua libera, in cui spesso e’ difficile trovare regole fisse. Se l’autore sceglie il duale lo fa perché vuole comunicare qualcosa al lettore”. Lingua che innamora anche una studentessa in sala che confessa: “Amo il greco, anche se non sono molto brava. Quando non lo studio però mi succede che mi manca. Perché?”. “Perché forse ne sei innamorata anche te”, le risponde Marcolongo, che tra gli autori ellenici preferisce Euripide e tra tutte le sue tragedie la ‘Medea’ “perché parla di una donna straniera che per amore perde tutto” e fa capire che “il male fa parte della vita”. “Le tragedie servono a fare pace con noi stessi. Io mi rilasso quando leggo una tragedia perché ho provato dei sentimenti. Magari rabbia, odio. Ma c’è il racconto della nostra complessità li’ dentro”. Una complessità che Marcolongo si è letteralmente tatuata addosso e che ha voluto raccontare ad uno studente curioso di sapere quanti di questi segni sulla pelle parlassero del suo amore per il greco: “Nessuno in realta’. Ho una scritta che viene dalla Medea di Seneca, ho il labirinto di Cnosso. Poi ho anche ‘Senza parole’, tatuato in un momento di difficolta’, quando ho perso mia madre, la mia famiglia. L’ho cancellato con una macchia di inchiostro quando è uscito il libro e l’ho tenuto perché so cosa c’è sotto”. Perché le parole non passano.